esprit_des_lois_1Martedì, 3 ottobre. Mi viene medicato il piede sinistro. Vorrei ottenere dal colonnello medico il permesso di rimanere in ospedale, ove potrei prestare servizio come infermiere… 

Mercoledì, 4 ottobre. Ottengo il permesso di fare una passeggiata fuori dall’ospedale. Al mio rientro, faccio la conoscenza della signorina Niny, una partigiana italiana, in divisa militare, venuta a visitare i feriti e gli ammalati italiani. Dopo una breve conversazione, le regalo il volume La Musica. Giunge quindi l’ordine che io e i miei compagni feriti e ammalati, in condizione di poter camminare, veniamo dimessi e nuovamente trasferiti alle carceri della città. Le mie condizioni fisiche, dopo l’intervento chirurgico, sono ancora precarie. I miei poveri piedi non mi consentono di portare le scarpe. I miei vestiti sono ridotti a brandelli. Il mio viso è stravolto dal dolore e reso cupo dalla fame e dalla barba lunga. Inoltre, la pelle del volto mi si desquama a causa del freddo sofferto durante la traversata delle Alpi. In tali condizioni, non mi sento di passeggiare per le strade di Albertville. Ma quando mi ritrovo nella cella del carcere, non riesco a sopportare il senso di soffocamento che mi opprime e sono costretto ad uscire. Aiutato dal mio fedele bastone, mi trascino per la strada, come un mendicante. L’effetto che produco su chi m’incontra è evidente: qualcuno mi guarda con un’espressione di compassione, altri squadrandomi come se fossi un galeotto. Io, tuttavia, sono fiero della mia miseria. Osservo con meraviglia la vita normale che si svolge intorno a me, i negozi, le case, gli oggetti, i volti distesi che avevo disperato, sovente, di mai rivedere. Chiedo se nella cittadina esiste qualche libreria. Mi viene indicata una cartolibreria. Vi entro e, sotto l’attento controllo di un commesso, mi metto a cercare tra i volumi e volumetti, quasi tutti scolastici, qualche opera che mi accompagni nelle nuove peregrinazioni. Scelgo l’anonimo Autore della Chanson de Roland e Montesquieu. Pago e soddisfatto, esco dal negozio, sotto lo sguardo stupito del commesso. In una cartoleria, situata poco distante, acquisto alcune riproduzioni di quadri di Daumier, formato cartolina. Ritorno trionfalmente in prigione con i miei grandi Amici… sotto il braccio. Mi sdraio in terra, nella mia cella, evitando la paglia brulicante di pidocchi, e inizio la lettura dell’Esprit des Lois alla luce di un bel tramonto. Durante le brevi interruzioni delle pagine di Montesquieu, rivedo   il     volto    di    quel     commesso     che    mi    scrutava   con diffidenza,   anziché     con    quella      simpatia    che  si    addice   ad un libraio nei confronti di un bibliofilo, se non altro per una ragione commerciale. Dopo gli appetiti dello spirito, si manifestano in me quelli del corpo, e precisamente la fame. Con i pochi franchi che mi rimangono decido di acquistare qualcosa da mangiare. Scorgo fuori d’ un negozio di fruttaiolo   una cesta   d’uva moscata bianca,   molto   invitante,  e   ne acquisto un chilo. Poi cerco un angolo tranquillo dove potermela gustare. Mi siedo sopra un muricciolo, poco lontano dalla Chiesa, con il mio sacchetto d’uva in grembo e divoro tutto quell’oro delizioso, con il gusto che solo la fame può dare, crogiolandomi al tepore del benigno Sole, al tramonto. Quest’inizio d’ottobre savoiardo sembra restituirmi amorevolmente alla vita, malgrado i non pochi colpi di scena. In carcere, prima di addormentarmi, vengono ad avvertirmi dall’Ospedale militare che l’indomani dovrò trasferirmi a Chambéry.

Sabato, 30 settembre. Mi sveglio in ospedale verso le 7,30. Faccio toeletta e colazione (pane e tisana calda). Ora il morale è eccellente. Siamo felici dei Liberatori, della loro generosità ed affettuosità. Nel pomeriggio, zoppicando, visito il centro di Albertville. Incontro un vecchio prete, alto, distinto, canuto, con il tipico cappello dalle falde ricurve del clero francese e con fibbie settecentesche alle scarpe. A me e a qualche mio compagno parla con grande simpatia del Piemonte e della Val d’Aosta. Poi ci offre da bere a un bistro e ci regala 50 franchi a testa. La sera, al rientro in ospedale, ci attende una brutta sorpresa: per penuria di posti letto e di alloggi, veniamo trasferiti alle carceri della città… Il morale è sceso a terra. Dormiamo nelle celle, aperte, della prigione, nelle quali erano già stati “ospitati” molti soldati, tedeschi, francesi, italiani e profughi savoiardi. Ben presto scopriamo che la paglia su cui ci siamo sdraiati è infestata da legioni di famelici pidocchi[1]

Domenica, 1 ottobre. Trascorro una notte terribile, senza chiudere occhio, assalito da una forte febbre. Mi si è formato un flemmone vicino all’alluce del piede sinistro. Mi reco a piedi (!) all’ospedale militare, ove mi misurano la temperatura che si aggira sui 40°. Verso le 9 del mattino, mi viene inciso il flemmone e vengo quindi ricoverato in corsia. Con mia sorpresa, sono sistemato in un letto accanto a quello in cui giace Giolitti. Paolo dovrà presto subire un delicato intervento chirurgico al femore. Il trattamento da parte dei medici, delle belle crocerossine e dei giovani della C.R.F. è ottimo… Nel cielo, azzurrissimo, di quando in quando si sentono e si vedono alcuni aeroplani alleati sorvolare la Savoia.

 Lunedì, 2 ottobre. Verso le 5 del mattino, Giolitti e altri due italiani vengono trasportati in sala operatoria. A mezzogiorno, giunge un gruppo di italiani: peccato che si facciano subito notare per il loro comportamento villano se non addirittura indisponente.

Bien que chacun de nous soit une personne réparée des autres et dont par conséquent les intérêts sont en quelque façon distincts de ceux du reste du monde, on doit toutefois penser qu’on ne saurait subsister seul, et qu’on est en effet l’une des parties de cet Etat, de cette Société, à laquelle on est joint par sa naissance. Et il faut toujours préférer les intérêts du tout dont on est partie, à ceux de sa personne en particulier, toutetois avec mesure et discrétion, car on aurait tort de s’exposer à un grand mal pour procurer seulament un petit bien à ses parents, ou à son pays; et si un homme vaut plus, lui seul, que tout le reste de sa ville, il n’aurait par raison de se vouloir perdre pour le sauver.”

                                                         Descartes à la princesse  Elisabeth 

 


[1]  Contemporaneamente, alcuni Inglesi, facenti parte delle nostre formazioni, vennero, invece, ospitati in albergo!

Il Piccolo san BernardoVenerdì, 29 settembre 1944. Attendo, per tutta la giornata, la visita del medico francese. Spero di farmi inviare a Bourg St. Maurice o ad Albertville, ove potrei curarmi e nel contempo prestare la mia opera come infermiere. Più soffro e più desidero che ai miei nemici siano risparmiate le mie sofferenze, e più comprendo il significato del Cristo. La sofferenza dà la misura del valore della vita. Il desiderio che i miei dolori vengano risparmiati a tutti crea in me un’atmosfera di bontà e di pietà quale non avevo mai provato… Mi pare che una celestiale virtù stia per esiliarmi dalle mie passioni terrene… Poco dopo, riprendendo le forze, torno al mio passato, ai miei cari, a Myriam, e a un desiderio di umana felicità. Finalmente, verso le 17, un capitano medico francese, grazie all’interessamento della signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi visita e mi dà il permesso di trasferirmi all’Ospedale militare di Bourg St. Maurice. Corre voce che il signor Cusino,  proprietario dell’alberghetto che mi ospita, sia stato fucilato dai partigiani francesi, perché ritenuto colpevole di spionaggio a favore dei nazi-fascisti. Saluto la signora Cusino, in lacrime, e salgo con il mio fardello su uno dei cinque camion militari U.S.A., giunti da poco, che costituiscono l’autocolonna diretta a Bourg St. Maurice. Il camion che mi prende a bordo è guidato da un soldato negro e da uno bianco, entrambi statunitensi, in divisa mimetica su fondo kaki. Mi siedo accanto ad alcune donne e ragazze provenienti dal fondo valle: sono profughe da Lanslebourg e da Bessans, alle quali i tedeschi hanno strappato i loro uomini. Hanno con sé solo qualche fagotto e alcune coperte a protezione dalla temperatura polare. Quasi tutte piangono in silenzio.

Ha inizio un viaggio che, fin dai primi istanti, si annunzia emozionante e drammatico. L’autocolonna si inerpica sulla strada sovrastante Bonneval: il paesello mi appare dall’alto come un piccolo presepe natalizio. Le vette alpine circostanti sono già cariche di neve. Me ne sto rannicchiato in un angolo del camion, proteggendomi dal freddo con una coperta che m’è stata data dall’autiére americano negro[1]. Saliamo, saliamo ancora. L’aria si fa sempre più pungente. Stiamo percorrendo la strada più alta d’Europa, che ci condurrà al col de l’Iseran (m. 2.770 s. m.). Sono annientato da uno spettacolo immenso ed incantevole. Sotto di noi vaga un oceano di nuvole, attraverso le quali, a tratti, si scorgono strade sottili come un capello, paesi piccoli come punti, e i ghiacciai della valli dell’Arc e dell’Isère… Verso oriente, le Alpi italiani sono illuminate dal sole e fanno immaginare un paese dal clima più mite, mentre, verso occidente, le Alpi francesi sono ancora avvolte dall’ombra ed hanno un aspetto più severo, più impressionante, più gelido… Sono visioni dantesche, così bene raffigurate in alcuni disegni di Gustave Doré. Varcato il col de l’Iseran, la strada ridiscente, offrendo panorami spettacolari… Di quando in quando, scorgo piccoli agglomerati di baite, costruite quasi completamente in legno… Ad un tratto, l’autocolonna si arresta. Ci comunicano che un camion che ci  precedeva  è  precipitato  in  un  burrone.  Dopo  una  decina di minuti, riprendiamo la corsa. Ora la strada scende a zig zag verso il fondo valle. Qui giunti, udiamo scoppi di bombe, probabilmente dovuti all’artiglieria tedesca. La strada sta avvicinandosi alle linee francesi. Molti pezzi d’artiglieria sono mimetizzati da reti, tese sopra i singoli cannoni e cosparse di rami e di foglie. Oltre alle artiglierie, vediamo gli accampamenti animati da un brulichìo di soldati. Scorgiamo il Piccolo San Bernardo (a 2188 m. s.m.), dominato dalla massa imponente del monte Bianco. Incontriamo truppe di vari reparti francesi che salgono e scendono disordinatamente i pendii, e gruppi di ufficiali che scrutano l’orizzonte con i binocoli. L’autocolonna è costretta a procedere a passo d’uomo… Truppe di colore, senegalesi e marocchine, semiassiderate, passano accanto ai nostri camion. Alcuni soldati si trascinano verso i bivacchi, altri, sporchi di sangue, portano in mano macabri trofei costituiti da brandelli di carne umana. Un sergente francese ci ha detto che quelle “prede” sono nasi e orecchie tagliati a soldati tedeschi, uccisi durante l’assalto notturno. Secondo la stessa fonte, le truppe di colore vengono impiegate dal Comando francese durante le tenebre per eliminare, all’arma bianca, gli artiglieri germanici, i quali dispongono ancora delle due linee fortificate delle Alpi (quella francese e quella italiana) e da queste bombardano la strada e le posizioni alleate, causando sanguinose perdite…

Ed eccoci giunti a Bourg Saint Maurice, ove veniamo accolti in un ospedaletto da un ufficiale medico dell’Armée française. Mi trascino a fatica in un corridoio dell’ospedale e m’imbatto in alcuni partigiani italiani feriti che attendono di essere trasportati verso l’interno della Francia. Tra di essi, Paolo (Antonio Giolitti), commissario politico della mia Divisione, il quale, sorpreso dai tedeschi in val di Lanzo, è riuscito a sfuggire alla cattura grazie alla presenza di spirito di Francone. Questi ha fatto salire sulla sua moto Paolo e si è messo a correre all’impazzata; malgrado sia stato raggiunto ripetutamente dal fuoco nemico, è riuscito a portare in salvo il suo commissario. Pare che Francone debba sottoporsi all’amputazione di entrambi gli arti inferiori, sopra il ginocchio. Ho trovato Giolitti sdraiato su una barella, semi svenuto. Ha riportato la frattura ad una gamba e dovrà essere operato al più presto. Si dice che qui, in Francia, la chirurgia ossea abbia raggiunto un livello notevolmente superiore a quello degli altri paesi. Spero bene per Giolitti. Mi avvicino a lui. Mi riconosce e mi rivolge un tenue sorriso. Gli auguro una pronta e completa guarigione, formulando per Francone tutti i miei voti. Lo saluto e mi avvio alla visita di controllo. Il medico militare francese che ci esamina è un chirurgo di Tolone. Si mostra piuttosto diffidente nei confronti dei profughi italiani. Quando viene il mio turno, il medico mi chiede le generalità, la zona di provenienza e a che formazione partigiana appartengo. Saputo che sono genovese, mi dice, in francese: – I genovesi mi sono particolarmente simpatici: sono dei liguri come me… prima della guerra, ho fatto molti viaggi a Genova e in Liguria e mi sono trovato sempre bene, come se fossi a casa mia -. Mi offre alcune sigarette, un pezzo di pane e mi fa preparare una bevanda di tiglio. Secondo lui, i meridionali d’Italia guastano la reputazione del Popolo italiano, mentre i Liguri sono stimati dovunque.

Verso le 20, dopo aver nuovamente salutato Antonio Giolitti, sempre semi svenuto, vengo scelto, tra la confusione generale dei feriti e degli ammalati, ed avviato, insieme ad un gruppo di 19 profughi e partigiani, ad una autocolonna militare che parte immediatamente alla volta di Albertville. Durante il viaggio, nell’interno della nostra camionetta s’è diffuso un intenso odore di benzina che fa venire mal di testa, a tutti. All’ospedale militare ci accolgono molto bene: ci fanno prendere un bagno caldo e poi ci rifocillano con una minestra, del pane, della marmellata e un po’ d’acquavite. Tra i medici, noto il Direttore dell’Ospedale che assomiglia vagamente a don Agostino Gaggero, curato della chiesa di san Martino d’Albaro e poi parroco della chiesa di Sturla. (Cito le rassomiglianze per potermi ricordare, dopo tanti anni, qualche lineamento di quei volti). 

 

Immagine: il Piccolo San Bernardo


[1]  Prima della partenza, il soldato bianco U.S.A. mi ha regalato un pezzo di cioccolato, un pacchetto di sigarette con fiammiferi e mi ha fatto bere un sorso di acquavite.

members_of_the_maquis_in_la_tresorerieSabato, 23 settembre 1944. Durante la notte, Miki, armato di mitra, ha dormito per terra, sdraiato davanti alla porta della mia cameretta, che ha chiuso a chiave dall’interno. Verso le 11, viene Griša, accompagnato dall’infido Boni. Regalo a Griša un paio di calzoni. Alle 14, mangio un pezzo di pane e un’orribile minestra (acqua, patate crude e un pezzetto di carne durissima). Il buon Griša, dopo un po’, mi porta un altro pezzo di carne lessa, mangiabile. Sfogliando una grossa rivista francese, mi colpiscono alcune belle illustrazioni raffiguranti castelli, palazzi, chiese gotiche. Apprendo con dolore che Mario Giolli, non volendo lavorare per i Francesi a Lanslebourg, è stato costretto a tornare in Italia, senza potermi salutare. Mi riprometto di scrivere alcune considerazioni sul duro trattamento riservato dai maquis (F.F.I.) nei confronti dei partigiani italiani. 

Domenica, 24 settembre 1944. Viene a trovarmi Pippetto, figlio del macellaio di Sturla. Durante la sua visita quotidiana, il medico militare francese mi comunica che, se martedì prossimo non sarò ancora in grado di camminare, verrò inviato all’Ospedale militare di Bourg St. Maurice. Mi prescrive il Septoplix.  

Lunedì, 25 settembre 1944. Oggi i partigiani francesi hanno arrestato il signor Cusino, proprietario dell’Hôtel des Evettes

Martedì, 26 settembre 1944. Fame!

Mercoledì, 27 settembre 1944. I maquis lasciano Bonneval. Attendiamo con ansia l’arrivo delle truppe regolari francesi, poiché siamo letteralmente alla fame, senza cibo per il secondo giorno. Nevica sulle montagne vicine. 

Giovedì, 28 settembre 1944. Tempo brutto. Sono giunte le truppe regolari francesi. I partigiani italiani della XLVIIª, che erano rimasti a Bonneval sur Arc, sono stati costretti da un capitano delle F.F.I. ad abbandonare il paese, sotto la minaccia delle armi, e a trasferirsi a Bessans. A Bonneval, siamo rimasti io, della XXª, ed altri due garibaldini che hanno i piedi congelati.

 

Immagine: alcuni maquis

Giovedì, 21 settembre. Verso le 8,30, il signor Cusino mi fa visita e mi porta un bicchierino di latte. Nella mattinata, un partigiano garibaldino viene a mettermi in ordine la camera. Faccio alcuni impacchi ai piedi. Il garibaldino ha saputo che i feriti e gli infermieri rimarranno a Bonneval, mentre tutti gli Italiani armati e non armati dovranno rientrare in Italia. Solo 15 feriti, a capo dei quali vengo designato io, rimarranno in Francia fino a nuove disposizioni. Regalo una giacca al povero ragazzo che mi ha messo in ordine la stanza e che è costretto a rientrare in val d’Ala, insieme agli altri garibaldini. La signora Cusino mi porta per cena una minestra (brodo con patate) e un pezzetto di carne lessa!

Venerdì, 22 settembre. Durante la mattinata ho una conversazione col proprietario dell’Hôtel. E’ un uomo piuttosto burbero, ma di buon cuore e dotato di molta esperienza. Mi assicura che rimmarrò in Francia e che mi manderà, al più presto, il medico dei Maquis (F.F.I.). Infatti, dopo poco, giunge il dottore che mi riscontra un flemmone al piede sinistro e mi ordina bagni caldi e sulfamidici, in attesa che si risolva. Seguo scrupolosamente la cura prescrittami. Mi giunge notizia che radio Londra ha comunicato la liberazione della città di Rimini. Leggo il prontuario medico del nonno Emilio. Verso mezzogiorno, mi viene servito un piatto di riso con funghi e con alcuni pezzetti di carne. Sotto l’ispirazione di questo “pranzo” scrivo:  

Più d’una volta, da bambino, sfidai l’olio di ricino pur di non andare a scuola e di rimaner solo nella mia cameretta. Era delizioso starsene a letto, imbacuccato e raggomitolato, mentre fuori il Sole era     già alto e si sentivano i passi e le chiacchiere di donne che andavano a far la spesa… sentivo il gridìo dei miei compagni che s’affrettavano… un gallo cantava… un altro gallo gli rispondeva… i grilli, il torrente, il tram, la canzone di una servetta che da un poggiolo batteva un tappeto, e un venditore ambulante che gridava con tono lamentoso: – Camamilla! Scope ! Camamilla! – Era un’immensa sinfonìa di suoni e di rumori. Io, tenendo gli occhi socchiusi, mi lasciavano trasportare da quel rumore e fermento. Mamma, la sento ancora come fosse ora, era di là, che puliva la casa, con l’aiuto della Francesca[1], e preparava il pranzo. Ogni tanto veniva, preoccupata, a veder come stavo, mi toccava la fronte con la sua mano fatata, per controllare se avessi la febbre…[2] Solo oggi mi rendo conto del vostro immenso significato: il ricordo, che è l’unico grande tesoro che ci portiamo appresso, nella nostra effimera esistenza. Cosa farà la Mamma, mentr’io son qui a Bonneval, in questa stanetta piena di Sole? Forse prepara il pranzo, mentre il Papà sta ascoltanto le notizie della radio, preoccupato… La Mamma guarda con amore Lauretta, che l’aiuta; poi s’arresta un istante e una lacrima le solca una guancia. Pensa: – Come starà il nostro Emilio? Non gli sarà capitata qualche disgrazia? Quando sapremo qualcosa di lui? – - Mamma, anch’io piango, sai? Piango tanto, in questa cameretta di Bonneval, inondata dal Sole. Piango in silenzio, e non c’è nessuno che mi conforti e mi rassicuri su di te, sul Papà, su Lauretta… -.

Nel tardo pomeriggio mi giunge la graditissima visita del caro Miki. Leggiamo insieme un articolo di filosofia, della Revue de Paris, alcune belle poesie di Cardarelli e alcuni nostri frammenti… All’ora di cena, non riesco a mandar giù una tremenda minestra di veccia e patate.

 


[1]  La nostra affezionata domestica, di Pieve Pelago.

[2]  Ispirandomi a questi ricordi, nel 1947, scrissi la poesia Scherzo.

bonnevalMercoledì, 20 settembre. Mi sveglio in albergo. Mi medico i piedi. Poco dopo mi fa visita il signor Bruno, che ha diviso con me parte della traversata delle Alpi. Mi porta un po’ di caffè. Rimango a letto, ove riprendo a scrivere il presente diario, interrotto nei giorni precedenti. A Bonneval circola la voce secondo la quale le truppe Americane dovrebbero arrivare in giornata. Comincio a sperare di poter essere ricoverato in qualche infermeria degli Alleati, ove poter curare i miei poveri piedi piagati. Verso mezzogiorno, un medico del Maquis (F.F.I.) mi visita e mi dà il permesso di rimanere a Bonneval. Poco dopo, il signor Bruno mi porta, a letto, un piatto di agnolotti in un brodo di… acqua calda. Li ha confezionati lui stesso, insieme alla padrona dell’hôtel. Il signor Bruno è molto gentile: vuole servirmi come un buon cameriere ed io gli sono molto riconoscente. Faccio un impacco ai piedi; poi, un po’ sollevato, mi sfogo scrivendo.

Due odiosi pseudo dottori italiani, con tanto di tre stellette (capitani?), dopo una visita sommaria, vorrebbero costringermi a sloggiare dall’Hôtel des Evettes. Vengo assalito da forti dolori viscerali e, nonostante gli stimoli non riesco a liberarmi. I piselli che avevo mangiato, forse a causa del freddo e delle fatiche, si sono trasformati in un tappo durissimo che mi occlude il retto. Sono costretto a liberarmene, procurandomi un’emoraggia all’ano. La sera, la signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi fa prendere due tazze di minestra. Sembra che i partigiani armati abbiano ricevuto l’ordine di rientrare in Italia (in val d’Ala), ma che si siano rifiutati.

(Nella foto: una strada di Bonneval-sur Arc)

bonneval12Martedì, 19 settembre. Trascorro una notte agitatissima. Prima di lasciarmi solo, il dottore mi fa bere un sorso di tè, assicurandomi che manderà qualcuno a trasportarmi in un luogo più sicuro. Ma passa il tempo e nessuno si fa vivo. Verso mezzogiorno – secondo quanto segna il mio orologio da tasca – giungono due maquis francesi che mi sollecitano ad andarmene al più presto, poiché i repubblichini stanno dirigendosi da Ceresole Reale verso il passo Girard e potrebbero raggiungere la zona in cui mi trovo[1] da un momento all’altro. Con tutti e due i piedi piagati, percorro un lungo tragitto impervio, sostenuto dal fedele bastone, che m’era compagno da Forno. Mi trascino lungo la mulattiera, sotto il sacco “libresco”, avvolto da un immenso silenzio, rotto, a volte, dall’eco di qualche sparo lontano. D’improvviso, il sentiero, che da un lato costeggia un burrone e dall’altro è delimitato da una parete inaccessibile, mi conduce ad un avvallamento attorno al quale sorge un piccolo agglomerato di stalle, con le porte spalancate, internamente vuote. La mulattiera prospiciénte alle stalle è completamente invasa da un lago di sterco e di urina di bovini… Da un lato il burrone, dall’altro la ripidissima parete e dietro di me il nemico. Mi faccio coraggio e cammino attraverso quegli escrementi, affondandovi oltre la caviglia. Poi, sempre appoggiandomi al buon bastone, l’unico sostegno rimastomi, attanagliato dai dolori che dai piedi mi salgono fino al cuore, sotto il peso dei miei inseparabili libri e dei miei stracci, risalgo a stento per un interminabile tratto la mulattiera, ridiscendendo quindi in una valle che si allarga dolcemente. Tra i sublimi colori alpini scorgo una figurina femminile. Mi avvicino molto lentamente. E’ una fanciulla d’una decina d’anni, “dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro”, che mi guarda meravigliata. Poco lontano da lei, un uomo, forse il padre, mi osserva con un’espressione di pietà. Gli chiedo, in italiano, un sorso d’acqua, ed egli mi risponde: – Ici nous sommes en France -. Gli ripeto la domanda in francese ed egli, rivolgendosi alla ragazzina: - Donne-lui un peu d’eau de la carafe! -. La fanciulla mi sorride, si avvicina a me con una bottiglia e mi aiuta a bere. Credo di non aver bevuto mai acqua così pura e così buona. Poco lontano, scorgo un ruscello che scorre limpidissimo. Chiedo alla fanciulla: – Comment s’appelle? -. Ed ella: – C’est l’Arc -. Ringrazio i due savoiardi e scendo verso l’Arc. Lo raggiungo. Mi tolgo il sacco dalle spalle indolenzite e mi lavo in quelle acque gelide  e pulite, asciugandomi con i miei stracci.

Per alcuni istanti, rimango estatico davanti al meraviglioso paesaggio alpino, mentre il cielo s’è fatto d’un azzurro intenso e il sole splendente mi riscalda con i suoi raggi d’oro… Mi sento invadere dal fascino di sentirmi giunto in terra di Francia[2]. Dopo aver percorso la mia via crucis, da Carro fino a Bonneval-sur Arc, provo l’inattesa gioia di riabbracciare Miki e Sturla. A tarda sera apprendo che i miei compagni genovesi sono tutti sani e salvi. Accompagnato da Miki e da Sturla, giungo all’Hôtel des Evettes, ove riesco a farmi ospitare. Il proprietario mi intrattiene in una interessante conversazione, in italiano, manifestando le sue tendenze socialiste… La mia cena è costituita da un consommé e da una scatola di piselli donatami in val Grande. Dormo, finalmente, in un lettino.

 

(Nella foto: Bonneval-sur Arc)


[1]  Quella del rifugio di Carro.

[2]  Allora non conoscevo il celebre verso de Gli Allobrogi (l’inno della Savoia) che dice: “Ti saluto, o terra ospitale!”. Né avevo notizia dell’affetto e della stima nutriti da J.J. Rousseau per la popolazione savoiarda. Ma, ricordando quei momenti, mi ripeto che la Savoia è ancor oggi degna della sua antica reputazione, che la fa considerare terra ospitale e generosa.

Il 16 settembre, alle 8, visito i feriti nel piccolo ospedale di Forno. Miki è di nuovo con noi. Assumo il comando del trasporto dei feriti che lascerò due giorni dopo al dottore, a causa dei postumi della ferita al piede sinistro. 

Il 17, verso le 14, parto con la colonna dei feriti. Da Forno raggiungiamo le grange, a tarda sera. Qui trovo  Bologna che mi regala un po’ di toma, semplicemente schifosa. Dormo insieme ai feriti sopra un durissimo tavolaccio, tenendo la giacca sotto il capo e il giaccone sopra il petto. Nei brevi momenti di tregua, leggo Montesquieu… Alla scrittura dei politici preferisco quella dei poeti, degli aforisti, dei romanzieri. La lettura affrettata e disordinata di Montesquieu mi fa apparire questo illustre spirito costantemente legato alla politica, troppo fiducioso nella buona interpretazione delle leggi, troppo serioso e cattedrattico.

neveLunedì 18 settembre, alle 6, in marcia. Ho il piede sinistro piuttosto gonfio e me lo medico alla meglio. Dopo molte ore di cammino, accompagnato dal signor Bruno – che ha tutta l’aria di essere un ebreo – riesco a raggiungere il crinale. Poi, a prezzo di sforzi indicibili, precedo il gruppo, al quale s’è unito il signor Bruno, e supero la zona rocciosa. Walter e il suo amico, ch’erano andati in avanscoperta, tornano al rifugio dove mi sono riparato e comunicano a me e agli altri che il passo è invalicabile a causa della tormenta. Siamo, quindi, costretti a riprendere il cammino. Nessuno riesce a trovare il sentiero che conduce ai passi praticabili sui ghiacciai… Mangio qualcosa, sotto la neve che cade abbondante. Intorno a me avvengono scene di panico. - Abbiamo perso la pista giusta e stiamo gelando -. – Non ce la facciamo piùtorniamo alle grange -. – Stiamo seguendo le impronte che abbiamo lasciato sulla neve un quarto d’ora fa… Siamo tornati sui nostri passi -. Io proseguo in quel turbine candido, in silenzio, insieme ad altri che, sebbene esausti, non si son persi d’animo. Finalmente un alpigiano, che è sicuramente un contrabbandiere, giunge in nostro soccorso e ci fa da guida. Dopo un tragitto che ci sembra eterno, il contrabbandiere ci annunzia: – Siamo arrivati in Francia -.

In quel candore non esistono confini. Dopo il nevaio, incontriamo ghiacciai e crepacci azzurrini e quasi violacei… Verso le 19, mi accascio a terra, sotto lo zaino, e mi addormento. Sogno d’essere comodamente seduto davanti al caminetto della mia casa paterna, a san Martino, e di godermi in pace un bel calduccio. Ma, d’improvviso, provo acutissimi dolori alle spalle. Mi sveglio, sentendomi scuotere violentemente. E’ un partigiano che vuole rianimarmi  e  mi  solleva  da  terra. -  Stai  per  assiderare… reagisci…  sostieniti a me… ti aiuterò a raggiungere la prima grangia dove non sarai più in pericolo.-. L’uomo al quale devo la vita rimarrà per me sconosciuto. Ricordo soltanto che qualcuno mi disse ch’era un Veneziano, di nome Beppe e che, prima di far parte delle formazioni partigiane, era pompiere a Milano. Con l’aiuto di Beppe, riesco a raggiungere una grangia e a sdraiarmi su un po’ di fieno. Il mio salvatore mi saluta e sparisce nel buio… Dopo qualche ora, giungono il dottore e quattro feriti che si stendono accanto a me. Fuori la tormenta è cessata.

Il 13 settembre, alle 11, mi alzo, mi sbarbo e quindi, zoppicando, mi reco in “caserma”, ove consumo il rancio. Le notizie radiofoniche affermano che gli Alleati sono entrati in territorio tedesco, mentre in Francia hanno occupato Le Havre. Nella nostra zona, sembra che i Fascisti avanzino in val di Viù. Altro che abbandonare Torino! Io e Mario Giolli rievochiamo i nostri tre mesi di vita partigiana in Piemonte. Gli leggo alcune ispirate poesie di Vincenzo Cardarelli che egli, con mia grande soddisfazione, apprezza molto. Continuo a dormire in albergo.  

14 settembre. Quanti giorni sono trascorsi dal momento in cui abbiamo lasciato i nostri cari! Durante la mattinata… sogniamo il nostro ritorno a Genova liberata dal Fascismo… Continuiamo a rifugiarci nella lettura di Cardarelli. A mezzogiorno, un buon desinare con minestra, spezzatino, ricotta e polenta. Oggi il tempo è piovoso e tutto intorno è triste. Il prof. Sobrile mi ha invitato per domani sera. Alle 22,30, la signora dell’Anconetano mi offre una minestra che mi ristora. Quindi, a letto, sempre all’albergo.

Il 15 settembre, mi sveglio alle 8. Mi comunicano che i nostri sono impegnati in combattimento nella zona di Ceres – Procaria – Fe – Cantoira. Giungono nel mio ospedaletto una quindicina di Patrioti feriti. Alla sera, io, Mario Giolli, Griša, Pippetto, i due della polizia di Pessinetto e Nuccio ci consoliamo con una cenetta e una buona bevuta. Ernesto ed Enzo Lunghi, insieme a Rami e a Geggi, sono partiti per Chialamberto… La sera, sempre a letto, in albergo. ho perso la scommessa con Rami: Torino non è ancora liberata.

ilpianista201Il 10 settembre, a Cantoira, incontro con Miki e i profughi provenienti da Corio. Tra questi l’infido Boni, mio commilitone alla XVª  compagnia di Sanità nel R. E., a Genova, che, fino ad alcuni mesi fa, conoscevo come un fervente fascista. Da Boni ho saputo che Enzo Fichera, mio caro amico e commilitone a Genova, studente di medicina e fervente ammiratore della filosofia di Giuseppe Rensi, è attualmente vice – comandante partigiano a Chiavari; mentre molti altri studenti di medicina, già appartenenti alla XVª compagnia di Sanità, hanno aderito alla repubblica di Salò e sono stati trasferiti, insieme al Corpo, da Genova ad Acqui (Alessandria): tra questi Giannetto F. e Giancarlo G.! Boni mi racconta di trovarsi da una ventina di giorni tra le file partigiane. Non so se sia una spia fascista e se ci abbia raggiunto per opportunismo, ritenendo imminente la fine della repubblica di Salò e della germania Nazista e se, cambiando bandiera, speri di farsi una nuova verginità. Sempre a Forno, Mario ed io siamo invitati dal colonello Rossi, nella sua villetta. Questi ci offre da fumare delle sigarette Calypso e ci regala due bottiglie di vino squisito. 

L’11 settembre, dopo aver percorso a piedi il tragitto da Cantoira a Forno, Mario ed io, sfiniti, veniamo nuovamente invitati dal dottor Zucchetti e dal colonello Rossi. Quest’ultimo ci regala altre 2 bottiglie di vino, 2 scatole di piselli, patate e salsa di pomodoro. Verso sera incontro Talin e Bologna, capo di stato maggiore partigiano, entrambi trattenuti in attesa di processo! Dopo aver salutato il dottor Zucchetti e il Colonnello Rossi, Mario Giolli rientra in “caserma”, mentre io, sofferente al piede, alloggio nell’albergo di Forno in una stessa camera con Griša , che mi fa da guardia del corpo… Ma, a causa della tremenda puzza di piedi del simpatico amico, costringo l’ex calzolaio ad abbandonare il letto accanto al mio e ad allontanarsi il più possibile sdraiandosi su una stuoia, presso la porta della camera. 

Il 12 settembre, sono costretto a letto da forti dolori al piede sinistro. Dalla camera dell’albergo do disposizioni a Mario Giolli affinché, in mia assenza, sistemi gli ammalati e i feriti nella nuova infermeria provvisoria. Alle 11 circa, pane, toma e ricotta speciale! Poi una stupenda polenta, preparata dalla cucina dell’albergo. Verso le 17, sento suonare il pianoforte dell’albergo. Dalla mia camera odo un tocco ora incerto, ora più sicuro. Incuriosito, mi alzo e, a stento, scendo per vedere chi sia il timido suonatore: è una ragazza, assai graziosa che ora suona spigliatamente canzoni, ora incespica su temi di Chopin.  Vicino  a  Laura,  così si  chiama la  fanciulla, siedono una sua amica e uno studente di medicina che fa parte della XVIIIª brigata Garibaldi. Tentato dal pianoforte, mi siedo allo strumento e accenno qualche tema di Chopin, di Ciaikovsky, di Dvořàk e finisco per abbandonarmi all’improvvisazione: la visione di quella ragazza, così carina, mi ricorda le ore liete di Genova… Il dottore fa una visita all’ospedale e Mario Giolli mi sostituisce validamente, mentre io, sempre sofferente, continuo a rimanere in albergo, quasi sempre a letto. Giunge notizia che i Tedeschi abbiano lasciato Torino…

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