L’armistizio

L’8 settembre ’43, Badoglio comunica alla radio l’armistizio dell’Italia con gli Alleati e l’appello a resistere contro quanti ad esso si oppongono. Il 25 luglio, il re aveva ordinato l’arresto di Mussolini, avvenuto a Roma. Il Duce veniva trasferito a Campo Imperatore (Abruzzi) e liberato poco dopo dai Tedeschi che lo trasportavano per via aerea in Germania (12 settembre ’43). Il giorno successivo, il Governo regio dichiarava guerra alla Germania, mentre Mussolini, poco dopo, istituiva la Repubblica Sociale Italiana e riaffermava la sua fedeltà a Hitler.

Genova

Dopo aver dormito nel mio letto, in via Borgoratti 19-3, ascolto dalla radio il messaggio del maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e, pur essendo animato dagli ideali mazziniani, ritengo che, in questo momento, si debba sostenere il tentativo di re Vittorio Emanuele III di sottrarre l’Italia alla tirannide nazi-fascista per lottare a fianco degli Alleati. In divisa di soldato semplice del XV° di Sanità, sto tornando in tram all’ospedale militare della Chiappella, ove presto servizio quale studente universitario di Medicina. Penso su quanto potrà accadere nei prossimi giorni, quando mi sento chiamare da una voce familiare : quella di Arnaldo Minnicelli. Io in divisa, lui in borghese, scendiamo a De Ferrari, commentando le recentissime notizie di importanza storica, allorché vedo un colonnello… senza pistola.

Ricordando le parole di Badoglio che invitano a resistere a qualsiasi tentativo di sopraffazione, con uno scatto temerario apostrofo l’ufficiale superiore : “- Dove ha messo la sua rivoltella ? L’ha già consegnata ai Tedeschi ? –“. E, mentre Minnicelli m’invita a calmarmi e a non compromettermi ulteriormente, il colonnello si dilegua rapidamente tra la folla. Minnicelli mi saluta, dopo avermi indicato un gruppo di giovani comunisti suoi amici, che si sono riuniti presso il Grattacielo del “Cinema”. Io li avvicino e li invito a seguirmi alla Chiappella, nel caso si possa agire in qualche modo contro i nazi-fascisti. Accompagnato dai giovani comunisti, raggiungo l’ingresso dell’Ospedale militare, già vecchio e triste convento ad occidente di piazza Di Negro e ad oriente della Lanterna. Vedo ancora quel cancello dal quale si accedeva alla rampa tante volte percorsa per entrare e uscire da quell’ospedale-caserma-carcere. I miei commilitoni della XVª Compagnia di Sanità sono consegnati nelle camerate. Qualcuno di essi si affaccia. Io li chiamo : – Lunghi ! Venturini ! Sagone ! – e li invito a darmi le loro armi. Tra la confusione generale, essi scendono e mi consegnano dei vecchi fucili “91” con relative giberne e pallottole. Io consegno ai comunisti quei vecchi fucili, poi, salutatili, ritenendo di aver fatto la mia parte per quella mattinata, decido di andare a trovare la nonna Emilia e la zia Jolanda, a Cornigliano.

Partigiani in marcia

Partigiani in marcia

Le linee tramviarie sono interrotte a causa dei danni provocati dai bombardamenti aerei, per cui sono costretto a procedere a piedi. Raggiungo Sampierdarena senza incidenti, varco il ponte sul torrente Polcevera, al cui centro s’erge il tabernacolo contenente la statua della Madonna con Gesù Bambino in braccio, tabernacolo che costituisce uno dei miei più antichi ricordi, di quando avevo 3 o 4 anni. Superato il ponte, mi imbatto in una folla impressionante che si avvia, come un fiume in piena, verso un fabbricato che sorge a fianco del torrente, sull’argine verso Cornigliano (Campi). Chiedo a qualcuno : “- Dove andate, così affannati ? – – Andiamo alla panetteria dell’Esercito a prendere pane e farina ! –“ Mi lascio trascinare dalla corrente ed entro con quegli esaltati in una specie di stabilimento adibito alla panificazione. Saliamo in fretta le scale e ci troviamo in un ampio ambiente il cui pavimento è letteralmente coperto da un’immensa sfoglia di farina impastata e lievitata da poco tempo. Ai muri sono accatastati molti sacchi di farina, per raggiungere i quali i famelici genovesi sono costretti a calpestare l’immenso impasto. C’è chi si carica un sacco sulle spalle, chi si riempie la borsa di farina, chi trascina la sua preda giù dalle scale, chi la carica su una carriola da ragazzi , chi corre verso Sampierdarena e chi verso Cornigliano. Le strade percorse dalla folla sono solcate da consistenti strisce di farina che si diramano in varie direzioni. D’improvviso, si odono alcuni spari in lontananza. La folla, già in preda all’agitazione, si scatena nella fuga. Dalla “farmacia” della Panetteria militare prendo qualche bottiglino di medicinali (chinino, tintura di iodio, ecc.) che penso di consegnare alla nonna Emilia. Tra la confusione, raggiungo via Paolo Anton de Cavero, ove la cara nonnina e la buona zia Jolanda mi accolgono con i baci e gli abbracci più affettuosi. E mentre la nonna mi prepara un piatto di pasta asciutta condita con il suo sugo di “finta carne” (carote, cipolle, e cc. arrosolate) e delle milanesi di pane impanato con l’uovo e fritto in padella, io mi abbandono a raccontare le vicende della mattinata.

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