Nelle carceri

Albertville

Mi sveglio in ospedale verso le 7,30. Faccio toeletta e colazione (pane e tisana calda). Ora il morale è eccellente. Siamo felici dei Liberatori, della loro generosità ed affettuosità. Nel pomeriggio, zoppicando, visito il centro di Albertville. Incontro un vecchio prete, alto, distinto, canuto, con il tipico cappello dalle falde ricurve del clero francese e con fibbie settecentesche alle scarpe. A me e a qualche mio compagno parla con grande simpatia del Piemonte e della Val d’Aosta. Poi ci offre da bere a un bistro e ci regala 50 franchi a testa. La sera, al rientro in ospedale, ci attende una brutta sorpresa: per penuria di posti letto e di alloggi, veniamo trasferiti alle carceri della città… Il morale è sceso a terra. Dormiamo nelle celle, aperte, della prigione, nelle quali erano già stati “ospitati” molti soldati, tedeschi, francesi, italiani e profughi savoiardi. Ben presto scopriamo che la paglia su cui ci siamo sdraiati è infestata da legioni di famelici pidocchi[1].

[1]              Contemporaneamente, alcuni Inglesi, facenti parte delle nostre formazioni, vennero, invece, ospitati in albergo!

 

Un viaggio tra bellezza e orrori

Bonneval-sur Arccol de l’IseranAlbertville

Attendo, per tutta la giornata, la visita del medico francese. Spero di farmi inviare a Bourg St. Maurice o ad Albertville, ove potrei curarmi e nel contempo prestare la mia opera come infermiere.  Più soffro e più desidero che ai miei nemici siano risparmiate le mie sofferenze, e più comprendo il significato del Cristo. La sofferenza dà la misura del valore della vita. Il desiderio che i miei dolori vengano risparmiati a tutti crea in me un’atmosfera di bontà e di pietà quale non avevo mai provato… Mi pare che una celestiale virtù stia per esiliarmi dalle mie passioni terrene… Poco dopo, riprendendo le forze, torno al mio passato, ai miei cari, a M., e a un desiderio di umana felicità.

Finalmente, verso le 17, un capitano medico francese, grazie all’interessamento della signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi visita e mi dà il permesso di trasferirmi all’Ospedale militare di Bourg St. Maurice. Corre voce che il signor Cusino, proprietario dell’alberghetto che mi ospita, sia stato fucilato dai partigiani francesi, perché ritenuto colpevole di spionaggio a favore dei nazi-fascisti. Saluto la signora Cusino, in lacrime, e salgo con il mio fardello su uno dei cinque camion militari U.S.A., giunti da poco, che costituiscono l’autocolonna diretta a Bourg St. Maurice. Il camion che mi prende a bordo è guidato da un soldato negro e da uno bianco, entrambi statunitensi, in divisa mimetica su fondo kaki . Mi siedo accanto ad alcune donne e ragazze provenienti dal fondo valle: sono profughe da Lanslebourg e da Bessans, alle quali i tedeschi hanno strappato i loro uomini. Hanno con sé solo qualche fagotto e alcune coperte a protezione dalla temperatura polare. Quasi tutte piangono in silenzio.

Ha inizio un viaggio che, fin dai primi istanti, si annunzia emozionante e drammatico. L’autocolonna si inerpica sulla strada sovrastante Bonneval: il paesello mi appare dall’alto come un piccolo presepe natalizio. Le vette alpine circostanti sono già cariche di neve. Me ne sto rannicchiato in un angolo del camion, proteggendomi dal freddo con una coperta che m’è stata data dall’autiére americano negro[1]. Saliamo, saliamo ancora. L’aria si fa sempre più pungente. Stiamo percorrendo la strada più alta d’Europa, che ci condurrà al col de l’Iseran (m. 2.770 s. m.). Sono annientato da uno spettacolo immenso ed incantevole. Sotto di noi vaga un oceano di nuvole, attraverso le quali, a tratti, si scorgono strade sottili come un capello, paesi piccoli come punti, e i ghiacciai della valli dell’Arc e dell’Isère… Verso oriente, le Alpi italiani sono illuminate dal sole e fanno immaginare un paese dal clima più mite, mentre, verso occidente, le Alpi francesi sono ancora avvolte dall’ombra ed hanno un aspetto più severo, più impressionante, più gelido… Sono visioni dantesche, così bene raffigurate in alcuni disegni di Gustave Doré. Varcato il col de l’Iseran, la strada ridiscende, offrendo panorami spettacolari… Di quando in quando, scorgo piccoli agglomerati di baite, costruite quasi completamente in legno… Ad un tratto, l’autocolonna si arresta. Ci comunicano che un camion che ci precedeva  è  precipitato  in  un  burrone.  Dopo  una  decina di minuti, riprendiamo la corsa. Ora la strada scende a zig zag verso il fondo valle. Qui giunti, udiamo scoppi di bombe, probabilmente dovuti all’artiglieria tedesca.

La strada sta avvicinandosi alle linee francesi. Molti pezzi d’artiglieria sono mimetizzati da reti, tese sopra i singoli cannoni e cosparse di rami e di foglie. Oltre alle artiglierie, vediamo gli accampamenti animati da un brulichìo di soldati. Scorgiamo il Piccolo San Bernardo (a 2188 m. s.m.), dominato dalla massa imponente del monte Bianco. Incontriamo truppe di vari reparti francesi che salgono e scendono disordinatamente i pendii, e gruppi di ufficiali che scrutano l’orizzonte con i binocoli. L’autocolonna è costretta a procedere a passo d’uomo…

Truppe di colore, senegalesi e marocchine, semiassiderate, passano accanto ai nostri camion. Alcuni soldati si trascinano verso i bivacchi, altri, sporchi di sangue, portano in mano macabri trofei costituiti da brandelli di carne umana. Un sergente francese ci ha detto che quelle “prede” sono nasi e orecchie tagliati a soldati tedeschi, uccisi durante l’assalto notturno. Secondo la stessa fonte, le truppe di colore vengono impiegate dal Comando francese durante le tenebre per eliminare, all’arma bianca, gli artiglieri germanici, i quali dispongono ancora delle due linee fortificate delle Alpi (quella francese e quella italiana) e da queste bombardano la strada e le posizioni alleate, causando sanguinose perdite…

Ed eccoci giunti a Bourg Saint Maurice, ove veniamo accolti in un ospedaletto da un ufficiale medico dell’Armée française. Mi trascino a fatica in un corridoio dell’ospedale e m’imbatto in alcuni partigiani italiani feriti che attendono di essere trasportati verso l’interno della Francia. Tra di essi, Paolo (Antonio Giolitti), commissario politico della mia Divisione, il quale, sorpreso dai tedeschi in val di Lanzo, è riuscito a sfuggire alla cattura grazie alla presenza di spirito di Francone. Questi ha fatto salire sulla sua moto Paolo e si è messo a correre all’impazzata; malgrado sia stato raggiunto ripetutamente dal fuoco nemico, è riuscito a portare in salvo il suo commissario. Pare che Francone debba sottoporsi all’amputazione di entrambi gli arti inferiori, sopra il ginocchio. Ho trovato Giolitti sdraiato su una barella, semi svenuto. Ha riportato la frattura ad una gamba e dovrà essere operato al più presto. Si dice che qui, in Francia, la chirurgia ossea abbia raggiunto un livello notevolmente superiore a quello degli altri paesi. Spero bene per Giolitti. Mi avvicino a lui. Mi riconosce e mi rivolge un tenue sorriso. Gli auguro una pronta e completa guarigione, formulando per Francone tutti i miei voti. Lo saluto e mi avvio alla visita di controllo.

Il medico militare francese che ci esamina è un chirurgo di Tolone. Si mostra piuttosto diffidente nei confronti dei profughi italiani. Quando viene il mio turno, il medico mi chiede le generalità, la zona di provenienza e a che formazione partigiana appartengo. Saputo che sono genovese, mi dice, in francese: – I genovesi mi sono particolarmente simpatici: sono dei liguri come me… prima della guerra, ho fatto molti viaggi a Genova e in Liguria e mi sono trovato sempre bene, come se fossi a casa mia –. Mi offre alcune sigarette, un pezzo di pane e mi fa preparare una bevanda di tiglio. Secondo lui, i meridionali d’Italia guastano la reputazione del Popolo italiano, mentre i Liguri sono stimati dovunque.

Verso le 20, dopo aver nuovamente salutato Antonio Giolitti, sempre semi svenuto, vengo scelto, tra la confusione generale dei feriti e degli ammalati, ed avviato, insieme ad un gruppo di 19 profughi e partigiani, ad una autocolonna militare che parte immediatamente alla volta di Albertville. Durante il viaggio, nell’interno della nostra camionetta s’è diffuso un intenso odore di benzina che fa venire mal di testa, a tutti. All’ospedale militare ci accolgono molto bene: ci fanno prendere un bagno caldo e poi ci rifocillano con una minestra, del pane, della marmellata e un po’ d’acquavite. Tra i medici, noto il Direttore dell’Ospedale che assomiglia vagamente a don Agostino Gaggero, curato della chiesa di san Martino d’Albaro e poi parroco della chiesa di Sturla. (Cito le rassomiglianze per potermi ricordare, dopo tanti anni, qualche lineamento di quei volti).

 

[1]              Prima della partenza, il soldato bianco U.S.A. mi ha regalato un pezzo di cioccolato, un pacchetto di sigarette con fiammiferi e mi ha fatto bere un sorso di acquavite.

Mario Giolli torna in Italia

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Durante la notte, Miki, armato di mitra, ha dormito per terra, sdraiato davanti alla porta della mia cameretta, che ha chiuso a chiave dall’interno. Verso le 11, viene Griša, accompagnato dall’infido Boni. Regalo a Griša un paio di calzoni. Alle 14, mangio un pezzo di pane e un’orribile minestra (acqua, patate crude e un pezzetto di carne durissima). Il buon Griša, dopo un po’, mi porta un altro pezzo di carne lessa, mangiabile. Sfogliando una grossa rivista francese, mi colpiscono alcune belle illustrazioni raffiguranti castelli, palazzi, chiese gotiche. Apprendo con dolore che Mario Giolli, non volendo lavorare per i Francesi a Lanslebourg, è stato costretto a tornare in Italia, senza potermi salutare. Mi riprometto di scrivere alcune considerazioni sul duro trattamento riservato dai maquis (F.F.I.) nei confronti dei partigiani italiani.

Ricordi

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Durante la mattinata ho una conversazione col proprietario dell’Hôtel. E’ un uomo piuttosto burbero, ma di buon cuore e dotato di molta esperienza. Mi assicura che rimarrò in Francia e che mi manderà, al più presto, il medico dei Maquis (F.F.I.). Infatti, dopo poco, giunge il dottore che mi riscontra un flemmone al piede sinistro e mi ordina bagni caldi e sulfamidici, in attesa che si risolva. Seguo scrupolosamente la cura prescrittami. Mi giunge notizia che radio Londra ha comunicato la liberazione della città di Rimini. Leggo il prontuario medico della nonna Emilia. Verso mezzogiorno, mi viene servito un piatto di riso con funghi e con alcuni pezzetti di carne. Sotto l’ispirazione di questo “pranzo” scrivo:

Più d’una volta, da bambino, sfidai l’olio di ricino pur di non andare a scuola e di rimaner solo nella mia cameretta. Era delizioso starsene a letto, imbacuccato e raggomitolato, mentre fuori il Sole era già alto e si sentivano i passi e le chiacchiere di donne che andavano a far la spesa… sentivo il gridìo dei miei compagni che s’affrettavano… un gallo cantava… un altro gallo gli rispondeva… i grilli, il torrente, il tram, la canzone di una servetta che da un poggiolo batteva un tappeto, e un venditore ambulante che gridava con tono lamentoso: – Camamilla! Scope ! Camamilla! – Era un’immensa sinfonìa di suoni e di rumori. Io, tenendo gli occhi socchiusi, mi lasciavano trasportare da quel rumore e fermento. Mamma, la sento ancora come fosse ora, era di là, che puliva la casa, con l’aiuto della Francesca[1], e preparava il pranzo. Ogni tanto veniva, preoccupata, a veder come stavo, mi toccava la fronte con la sua mano fatata, per controllare se avessi la febbre…[2]Solo oggi mi rendo conto del vostro immenso significato: il ricordo, che è l’unico grande tesoro che ci portiamo appresso, nella nostra effimera esistenza. Cosa farà la Mamma, mentr’io son qui a Bonneval, in questa stanzetta piena di Sole? Forse prepara il pranzo, mentre il Papà sta ascoltando le notizie della radio, preoccupato… La Mamma guarda con amore Lauretta, che l’aiuta; poi s’arresta un istante e una lacrima le solca una guancia. Pensa: – Come starà il nostro Emilio? Non gli sarà capitata qualche disgrazia? Quando sapremo qualcosa di lui? –

– Mamma, anch’io piango, sai? Piango tanto, in questa cameretta di Bonneval, inondata dal Sole. Piango in silenzio, e non c’è nessuno che mi conforti e mi rassicuri su di te, sul Papà, su Lauretta… –.

Nel tardo pomeriggio mi giunge la graditissima visita del caro Miki. Leggiamo insieme un articolo di filosofia, della Revue de Paris, alcune belle poesie di Cardarelli e alcuni nostri frammenti… All’ora di cena, non riesco a mandar giù una tremenda minestra di veccia e patate.

[1]             La nostra affezionata domestica, di Pieve Pelago.

[2]             Ispirandomi a questi ricordi, nel 1947, scrissi la poesia Scherzo.

I feriti rimangono in Francia

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Verso le 8,30, il signor Cusino mi fa visita e mi porta un bicchierino di latte. Nella mattinata, un partigiano garibaldino viene a mettermi in ordine la camera. Faccio alcuni impacchi ai piedi. Il garibaldino ha saputo che i feriti e gli infermieri rimarranno a Bonneval, mentre tutti gli Italiani armati e non armati dovranno rientrare in Italia. Solo 15 feriti, a capo dei quali vengo designato io, rimarranno in Francia fino a nuove disposizioni. Regalo una giacca al povero ragazzo che mi ha messo in ordine la stanza e che è costretto a rientrare in val d’Ala, insieme agli altri garibaldini. La signora Cusino mi porta per cena una minestra (brodo con patate) e un pezzetto di carne lessa!