Villani

Albertville

Verso le 5 del mattino, Giolitti e altri due italiani vengono trasportati in sala operatoria. A mezzogiorno, giunge un gruppo di italiani: peccato che si facciano subito notare per il loro comportamento villano se non addirittura indisponente.

 

Febbre

Albertville

Trascorro una notte terribile, senza chiudere occhio, assalito da una forte febbre. Mi si è formato un flemmone vicino all’alluce del piede sinistro. Mi reco a piedi (!) all’ospedale militare, ove mi misurano la temperatura che si aggira sui 40°. Verso le 9 del mattino, mi viene inciso il flemmone e vengo quindi ricoverato in corsia. Con mia sorpresa, sono sistemato in un letto accanto a quello in cui giace Giolitti. Paolo dovrà presto subire un delicato intervento chirurgico al femore. Il trattamento da parte dei medici, delle belle crocerossine e dei giovani della C.R.F. è ottimo… Nel cielo, azzurrissimo, di quando in quando si sentono e si vedono alcuni aeroplani alleati sorvolare la Savoia.

Un viaggio tra bellezza e orrori

Bonneval-sur Arccol de l’IseranAlbertville

Attendo, per tutta la giornata, la visita del medico francese. Spero di farmi inviare a Bourg St. Maurice o ad Albertville, ove potrei curarmi e nel contempo prestare la mia opera come infermiere.  Più soffro e più desidero che ai miei nemici siano risparmiate le mie sofferenze, e più comprendo il significato del Cristo. La sofferenza dà la misura del valore della vita. Il desiderio che i miei dolori vengano risparmiati a tutti crea in me un’atmosfera di bontà e di pietà quale non avevo mai provato… Mi pare che una celestiale virtù stia per esiliarmi dalle mie passioni terrene… Poco dopo, riprendendo le forze, torno al mio passato, ai miei cari, a M., e a un desiderio di umana felicità.

Finalmente, verso le 17, un capitano medico francese, grazie all’interessamento della signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi visita e mi dà il permesso di trasferirmi all’Ospedale militare di Bourg St. Maurice. Corre voce che il signor Cusino, proprietario dell’alberghetto che mi ospita, sia stato fucilato dai partigiani francesi, perché ritenuto colpevole di spionaggio a favore dei nazi-fascisti. Saluto la signora Cusino, in lacrime, e salgo con il mio fardello su uno dei cinque camion militari U.S.A., giunti da poco, che costituiscono l’autocolonna diretta a Bourg St. Maurice. Il camion che mi prende a bordo è guidato da un soldato negro e da uno bianco, entrambi statunitensi, in divisa mimetica su fondo kaki . Mi siedo accanto ad alcune donne e ragazze provenienti dal fondo valle: sono profughe da Lanslebourg e da Bessans, alle quali i tedeschi hanno strappato i loro uomini. Hanno con sé solo qualche fagotto e alcune coperte a protezione dalla temperatura polare. Quasi tutte piangono in silenzio.

Ha inizio un viaggio che, fin dai primi istanti, si annunzia emozionante e drammatico. L’autocolonna si inerpica sulla strada sovrastante Bonneval: il paesello mi appare dall’alto come un piccolo presepe natalizio. Le vette alpine circostanti sono già cariche di neve. Me ne sto rannicchiato in un angolo del camion, proteggendomi dal freddo con una coperta che m’è stata data dall’autiére americano negro[1]. Saliamo, saliamo ancora. L’aria si fa sempre più pungente. Stiamo percorrendo la strada più alta d’Europa, che ci condurrà al col de l’Iseran (m. 2.770 s. m.). Sono annientato da uno spettacolo immenso ed incantevole. Sotto di noi vaga un oceano di nuvole, attraverso le quali, a tratti, si scorgono strade sottili come un capello, paesi piccoli come punti, e i ghiacciai della valli dell’Arc e dell’Isère… Verso oriente, le Alpi italiani sono illuminate dal sole e fanno immaginare un paese dal clima più mite, mentre, verso occidente, le Alpi francesi sono ancora avvolte dall’ombra ed hanno un aspetto più severo, più impressionante, più gelido… Sono visioni dantesche, così bene raffigurate in alcuni disegni di Gustave Doré. Varcato il col de l’Iseran, la strada ridiscende, offrendo panorami spettacolari… Di quando in quando, scorgo piccoli agglomerati di baite, costruite quasi completamente in legno… Ad un tratto, l’autocolonna si arresta. Ci comunicano che un camion che ci precedeva  è  precipitato  in  un  burrone.  Dopo  una  decina di minuti, riprendiamo la corsa. Ora la strada scende a zig zag verso il fondo valle. Qui giunti, udiamo scoppi di bombe, probabilmente dovuti all’artiglieria tedesca.

La strada sta avvicinandosi alle linee francesi. Molti pezzi d’artiglieria sono mimetizzati da reti, tese sopra i singoli cannoni e cosparse di rami e di foglie. Oltre alle artiglierie, vediamo gli accampamenti animati da un brulichìo di soldati. Scorgiamo il Piccolo San Bernardo (a 2188 m. s.m.), dominato dalla massa imponente del monte Bianco. Incontriamo truppe di vari reparti francesi che salgono e scendono disordinatamente i pendii, e gruppi di ufficiali che scrutano l’orizzonte con i binocoli. L’autocolonna è costretta a procedere a passo d’uomo…

Truppe di colore, senegalesi e marocchine, semiassiderate, passano accanto ai nostri camion. Alcuni soldati si trascinano verso i bivacchi, altri, sporchi di sangue, portano in mano macabri trofei costituiti da brandelli di carne umana. Un sergente francese ci ha detto che quelle “prede” sono nasi e orecchie tagliati a soldati tedeschi, uccisi durante l’assalto notturno. Secondo la stessa fonte, le truppe di colore vengono impiegate dal Comando francese durante le tenebre per eliminare, all’arma bianca, gli artiglieri germanici, i quali dispongono ancora delle due linee fortificate delle Alpi (quella francese e quella italiana) e da queste bombardano la strada e le posizioni alleate, causando sanguinose perdite…

Ed eccoci giunti a Bourg Saint Maurice, ove veniamo accolti in un ospedaletto da un ufficiale medico dell’Armée française. Mi trascino a fatica in un corridoio dell’ospedale e m’imbatto in alcuni partigiani italiani feriti che attendono di essere trasportati verso l’interno della Francia. Tra di essi, Paolo (Antonio Giolitti), commissario politico della mia Divisione, il quale, sorpreso dai tedeschi in val di Lanzo, è riuscito a sfuggire alla cattura grazie alla presenza di spirito di Francone. Questi ha fatto salire sulla sua moto Paolo e si è messo a correre all’impazzata; malgrado sia stato raggiunto ripetutamente dal fuoco nemico, è riuscito a portare in salvo il suo commissario. Pare che Francone debba sottoporsi all’amputazione di entrambi gli arti inferiori, sopra il ginocchio. Ho trovato Giolitti sdraiato su una barella, semi svenuto. Ha riportato la frattura ad una gamba e dovrà essere operato al più presto. Si dice che qui, in Francia, la chirurgia ossea abbia raggiunto un livello notevolmente superiore a quello degli altri paesi. Spero bene per Giolitti. Mi avvicino a lui. Mi riconosce e mi rivolge un tenue sorriso. Gli auguro una pronta e completa guarigione, formulando per Francone tutti i miei voti. Lo saluto e mi avvio alla visita di controllo.

Il medico militare francese che ci esamina è un chirurgo di Tolone. Si mostra piuttosto diffidente nei confronti dei profughi italiani. Quando viene il mio turno, il medico mi chiede le generalità, la zona di provenienza e a che formazione partigiana appartengo. Saputo che sono genovese, mi dice, in francese: – I genovesi mi sono particolarmente simpatici: sono dei liguri come me… prima della guerra, ho fatto molti viaggi a Genova e in Liguria e mi sono trovato sempre bene, come se fossi a casa mia –. Mi offre alcune sigarette, un pezzo di pane e mi fa preparare una bevanda di tiglio. Secondo lui, i meridionali d’Italia guastano la reputazione del Popolo italiano, mentre i Liguri sono stimati dovunque.

Verso le 20, dopo aver nuovamente salutato Antonio Giolitti, sempre semi svenuto, vengo scelto, tra la confusione generale dei feriti e degli ammalati, ed avviato, insieme ad un gruppo di 19 profughi e partigiani, ad una autocolonna militare che parte immediatamente alla volta di Albertville. Durante il viaggio, nell’interno della nostra camionetta s’è diffuso un intenso odore di benzina che fa venire mal di testa, a tutti. All’ospedale militare ci accolgono molto bene: ci fanno prendere un bagno caldo e poi ci rifocillano con una minestra, del pane, della marmellata e un po’ d’acquavite. Tra i medici, noto il Direttore dell’Ospedale che assomiglia vagamente a don Agostino Gaggero, curato della chiesa di san Martino d’Albaro e poi parroco della chiesa di Sturla. (Cito le rassomiglianze per potermi ricordare, dopo tanti anni, qualche lineamento di quei volti).

 

[1]              Prima della partenza, il soldato bianco U.S.A. mi ha regalato un pezzo di cioccolato, un pacchetto di sigarette con fiammiferi e mi ha fatto bere un sorso di acquavite.

Comando di brigata

Cantòira

Si riunisce a mezzogiorno il comando di brigata. Discutiamo i problemi della nostra formazione, sorti dalle nostre prime esperienze. Mi trovo in contrasto con tutti i compagni genovesi e con Filiberto Rami… Anche Mario, il mio diletto amico Mario Giolli, mi è contrario date le sue simpatie per la monarchia costituzionale. Solo Gino, che forse è un ebreo, sostiene efficacemente le dottrine socialiste e repubblicane, che collimano con le mie idee. Da parte mia, al liberalismo economico e capitalistico contrappongo la repubblica socialista, ispirata al naturalismo e al panteismo e organizzata secondo seri canoni morali. Durante la riunione, ho incontrato per la prima volta il commissario politico della Divisione, Paolo. E’ Antonio Giolitti, nipote del famoso ministro Giovanni Giolitti. E’ un bel giovane, alto, bruno, dagli occhi neri molto espressivi, dai neri capelli ondulati, molto distinto. Parla con estrema proprietà di linguaggio, rivelando fin dalle prime parole un autocontrollo e una cultura non comuni. Mi dicono che ha studiato alle università di Oxford e di Parigi e che è un esperto di problemi politici ed economici.