Ciliegie

Bonzo

Alle 9, faccio toilette, barba compresa (m’era cresciuta molto). Continuo la lettura di Sapho. Alle 14,30 “pranziamo” a base di ciliegie. Con la sabbia, su una sponda del fiume, faccio una statua abbastanza rassomigliante a M. Sono arrivate la signora Lunghi, mamma di Ernesto e Lorenzo, e la signora Crosa, mamma di Gegi Parodi. Queste ci danno buone notizie di Miki e della signora Cassandra sua madre, e ci consegnano alcuni pacchi, uno dei quali mi è inviato dai miei cari, tramite la signora Cassandra. Nel mio, trovo, tra l’altro, il “Manuale – Prontuario Medico” del Dottor Alfredo De Carolis già appartenuto a mio nonno Emilio Viotti, medico chirurgo. Alle 19,30 ceno con Griša, a Cantòira. Alle 22, ritirata a Bonzo. Notte turbata dalla presenza di topi.

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Un imminente rastrellamento

presso Bonzo

Dalle 2 alle 4 del mattino, monto la guardia insieme a Mario Giolli (Sangallo). Dalle 4 alle 6, dormiamo profondamente. Subito dopo, dobbiamo marciare dall’accantonamento fino alla cresta. Secondo le notizie comunicateci da alcuni valligiani, che sono andati presso Bonzo a prendere per noi un sacco di pane, sarebbe immininente, per oggi, un rastrellamento in forze. Come già sapevamo, i Tedeschi e i Repubblichini ci hanno catturato due cannoncini, nonché un’automobile, aiutati dalle loro spie, numerose in questa zona. I Nazi-fascisti sono entrati in vari paesi, ove hanno proceduto a interrogatori e perquisizioni. Hanno fatto capire di sapere che ci troviamo nell’impossibilità di difenderci e che ci attaccheranno quanto prima. Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, tra noi partigiani si sono manifestati episodi di indisciplina e di mancanza di cameratismo. Eccezion fatta per il nostro gruppo e per il comandante “Moro”, giovane cauto e posato, non trovo  elementi degni di stima. Generale è l’incoscienza e l’ignoranza, anche dal punto di vista militare. Le nostre più urgenti necessità non trovano appagamento.

bonzo

Una cartolina da Bonzo

Non difetta soltanto il cibo, ma persino l’acqua. Quanto al nostro armamento non ne siamo in possesso che per il 10%. Circa i mezzi di comunicazione, non possediamo né radio, né telefoni. Le poche auto e moto di cui disponiamo riescono tutt’al più a segnalarci, solo pochi minuti prima, un attacco di carri armati o di autoblinde. Non possediamo più un solo pezzo anticarro: l’unico che avevamo – quello del “tigre” regalatoci dai soldati cechi – ci è stato ripreso dai tedeschi. In una tale situazione, è assurdo intraprendere attacchi contro un nemico numeroso, bene equipaggiato e organizzato. Tra i nostri, vi sono alcuni pazzi che intraprendono imprese temerarie dai risultati, sovente, di poco conto, ma che provocano sempre feroci rappresaglie sia nei confronti della popolazione che vive nella nostra zona, sia nei nostri confronti, determinando rastrellamenti che mirano ad annientare le nostre esigue, superstiti forze. Lo ripeto: secondo me è necessario astenerci da ogni attività bellica, rimanendo sulla difensiva e tenendo lontane da noi le numerose spie fasciste, organizzandoci sistematicamente, raccogliendo viveri, armi e munizioni, in vista dell’attacco che dovremo lanciare quando gli Alleati costringeranno i nostri nemici a ritirarsi dall’Italia settentrionale. Allora, potremo far saltare ponti, ferrovie, strade al fine di impedire il ripiegamento dei Nazifascisti. Stamane abbiamo appreso da radio Londra che gli Alleati hanno raggiunto i sobborghi di Livorno, di Ancona e di Arezzo. Quando si è impegnati nella lotta, ogni idea dev’essere subordinata alla intuizione tattica e strategica e, soprattutto, alla comune intesa. In ciò devo riconoscere che Miki e i suoi seguaci militaristi hanno delle buone ragioni che noi, antimilitaristi e pacifisti, abbiamo sottovalutato nelle nostre precedenti discussioni. I partigiani, in genere, non sono che dei ribelli al Nazismo e al Fascismo; ma non hanno idee chiare sul futuro d’Italia; sono esseri imprevidenti che lottano alla giornata, disperatamente e quasi ciecamente, solo per sopravvivere.  Anch’io, malgrado l’ammirazione che nutro per il pensiero mazziniano, non sento la necessità di appartenere a un partito. Ho solo sete di libertà, nel rispetto degli altri, desiderio di luce per me e per tutta la marea di fantasmi che s’agita intorno a me, in questo tragico momento…

Verso le 9,30, rimbomba il cannone in val di Ala. Siamo nell’ansiosa attesa del rastrellamento che ci era stato preannunziato… Nella mattinata, forze aeree inglesi bombardano Torino. Sulla strada di Bonzo, un nostro motociclista ha fatto una ricognizione ad ampio raggio: pare che i Tedeschi abbiano, per il momento, rinunziato alle operazioni nella nostra Valle… A mezzogiorno: due panini e toma. Nel pomeriggio siamo assaliti da una terribile SETE, fino alle 17,30,  quando,   ritornati  alla grangia, facciamo una puntata ad una baita ove ci dissetiamo e ci sfamiamo con un po’ di latte, polenta e çairas (una specie di ricotta-mascarpone).

Alle 20,30, riso e latte e alle 21,30 Mario Giolli, Rami ritornato tra noi, i fratelli Lunghi e io dormiamo all’aperto per evitare liti con gli altri e per poter distendere le gambe liberamente.

Nello Stura

CantoiraChialamberto

Faccio un bagno nelle fresche acque dello Stura, insieme a Gegi Parodi. Ne approfitto per lavarmi i panni. La sera, cena e il solito ballo dei miei amici. Verso le 20, ci separiamo dai militaristi del gruppo (Miki, Gegi e… Rami!). Io (Paulatim), Mario Giolli (Sangallo), Ernesto (Harbig) e Lorenzo Lunghi (Licò) ci spostiamo in corriera a Chialamberto, ove, dopo uno spuntino, riusciamo a dormire in un letto “vero” e sopra un materasso “vero”.

I nostri cari papà

Losa

Mentre eravamo a Piano Audi, un partigiano mi consegnò un biglietto sul quale mio padre aveva scritto : “Emilio Grimaldi,  Ernesto Lunghi, Enzo Lunghi / Harbig[1] – Siamo al blocco a Losa. Vi attendiamo con permesso vs/ Superiori – Mario – Nino”. Giunti al posto di blocco, scorgiamo da lontano due figure d’uomini che camminano con una certa fatica. – Sì, sì, sono loro ! Sono i nostri cari papà … – Dopo un lungo abbraccio, i nostri genitori ci raccontano la loro odissea per rintracciarci, continuamente controllati da posti di blocco fascisti e partigiani, ai quali, alternativamente il papà mostra documenti che lo autorizzano all’acquisto di legname per conto della ditta Baglietto di Varazze, o comunica i nostri nomi, facendo sempre riferimento a Miki, ben noto in tutta la zona. Rinviati da una località all’altra, hanno dovuto compiere marce estenuanti e pazienti ricerche. A pranzo il papà mangia pochissimo e ha un aspetto sofferente. Alla fine della consumazione, dopo una crisi di acuti dolori allo stomaco, si sente un po’ meglio. Conversiamo sulla situazione militare nell’Italia settentrionale, sulle notizie trasmesse da radio Londra, sulle prospettive dell’andamento della guerra, sui nostri parenti e amici lontani. Ed è già il momento del distacco. Accompagniamo i nostri cari fino al posto di blocco di Losa, li abbracciamo fortemente e li seguiamo con lo sguardo fino a quando scompaiono… Avrò sempre presente quel dolorosissimo commiato dai nostri Padri, un giorno valorosi atleti e oggi generosi e teneri nostri fratelli maggiori che con le parole e con l’esempio suscitano in noi forza e speranza. – Addio, Papà ! Lascia che pianga su quel distacco, sulle tue sofferenze, sulla tua  tormentatissima fine prematura, dopo però aver assaporato le gioie della Liberazione e del mio ritorno. La tua sacra memoria sarà sempre per me un incitamento ad affrontare e a superare le avversità quotidiane e a conservare la forza per sopportare tutti i dolori.


1 Soprannome di Ernesto Lunghi, in ricordo del celebre corridore tedesco. Il nome di battaglia di suo fratello Enzo è Licò.

Brutti tempi

Corio

Già dall’8 settembre 1943, io e Mario Giolli, mio diletto compagno d’infanzia, stavamo progettando di abbandonare l’esercito e di darci alla macchia (1). Pochi giorni dopo, io, lui e il suo amico Ettore Basso lasciammo Genova e raggiungemmo, in treno, prima Tortona, poi, a piedi, Viguzzòlo, ove venimmo accolti dalla mia famiglia, sfollata in quel paese e ospitata dai signori De Negri, nella loro villa. Dopo una breve sosta presso i miei, per sottrarci a persone indiscrete che avrebbero potuto causare il nostro arresto come disertori, proseguimmo alla volta di Salògni, una località sperduta tra le montagne, non lontana dal monte Ebro (m.1699). Giungemmo a Salògni in corriera, via Volpedo, san Sebastiano Curone, Fabbrica Curone, Montecapraro. Appena ci fu possibile, prendemmo contatti con l’amico Tommaso Lamonaca (2), che stava raccogliendo gruppi di sbandati, in Piemonte. Nel silenzio di quel luogo dimenticato, trascorsi molte ore nella lettura delle Intenzioni di Oscar Wilde, donatemi da Giannetto Fieschi (3).

Soppraggiunta la neve, tornammo furtivamente a Genova, aderendo – io e Mario – alla IX Divisione Giustizia e Libertà Pedro Ferreira, sempre tramite Miki. Mentre Ettore Basso non volle condividere i nostri progetti e la nostra sorte, Mario ed io, nascosti nelle nostre abitazioni a San Martino d ‘Albaro fino alla mattina del 14 giugno 1944, partimmo dalla stazione ferroviaria di Genova – Principe, in borghese. Si unirono a noi i fratelli Ernesto e Lorenzo Lunghi, figli di un valoroso atleta, amico di mio padre, nipoti del famoso podista Emilio Lunghi ed essi stessi atleti. Il treno per Torino, su cui salimmo ansiosi della partenza, rimase fermo a Principe dalle 6 di mattina fino alle 11,45 ! Durante la lunga attesa ci ripetevamo le istruzioni per il viaggio dateci da Miki, tramite la signora Cassandra, sua madre. Verso le 10, venne a trovarci tale Floreana, probabilmente una conoscente dei Lunghi, di cui oggi ho perso memoria. La salutammo e, finalmente, il convoglio partì.

Ponte Molino, oggi.

Ponte Molino, oggi.

Dopo circa un’ora di viaggio, arrivammo a Tortona, ove notammo un’intensa agitazione tra i viaggiatori, che attendevano il nostro treno, e il personale ferroviario. Chiedemmo a un frenatore che cosa fosse accaduto ed egli ci raccontò che poco prima un soldato tedesco, di guardia alla stazione, aveva pugnalato alle spalle il capostazione. Questi, uomo violento e fascista intransigente, volendo confiscare a una vecchia due valigie piene di generi alimentari destinati alla borsa nera, gliele aveva strappate di mano e l’aveva duramente maltrattata. A quella scena l’ufficiale tedesco, in servizio presso la stazione, aveva cercato di proteggere la poveretta. Allora, il capostazione si era scagliato contro il tedesco e lo aveva schiaffeggiato. L’attendente del graduato germanico, d’un balzo, s’era gettato sull’energumeno e lo aveva colpito con una baionetta, forse avvelenata, poiché il malcapitato fascista era stramazzato al suolo e, poco dopo, tutto nero in volto, era spirato.
– Brutti tempi – interloquì un torinese – ieri, un marinaio che, dopo lo sbandamento, stava tornando a casa, s’era nascosto dietro una siepe, presso la strada. Alcune ragazze, che lo avevano visto fuggire, lo denunziarono ai fascisti i quali, nel tentativo di catturarlo, lo freddarono a colpi di pistola. – Quando il treno riprese la corsa, ci guardammo come per dirci : – Gli auspici alla nostra impresa non paiono davvero promettenti -. Arrivammo a Torino, alla stazione di Porta Nuova, alle 16. Al buffet prendemmo un gelato e una squisita bibita, con ciliegie. Quindi, ci trasferimmo sul treno locale per Cirié – Lanzo. Partiti alle 17, giungemmo a Cirié alle 18,30. Scaricati i nostri bagagli, ci affrettammo nella boscaglia, fuori dal paese – secondo quanto ci aveva consigliato Miki – per non dare nell’occhio e, quando transitò la corriera, potemmo salirvi senza difficoltà. Giungemmo finalmente a Corio verso le 20,30. Ad accoglierci affettuosamente c’era lo stesso Miki, in divisa militaresca. Il nostro amico ci condusse dalla Giulia, una simpatica trattoria, ove cenammo allegramente. Quindi ce ne andammo a dormire in un fienile, ove riposammo saporitamente.


(1) Ci eravamo conosciuti in 1ª elementare – sez. A – alla scuola Pier Maria Canevari di S. Martino d’Albaro (anno scolastico 1927-28). I nostri insegnanti furono : in 1ª e 2ª la signora Amelia Schenone Cevasco ; in 3ª, 4ª e 5ª il signor Carlo Sardo, cognato di Ferruccio Parri.

(2) Tommaso Lamonaca, allora studente universitario e già capo partigiano, aveva assunto il nome di battaglia di Miki, con il quale lo citerò nelle pagine seguenti. Laureatosi in legge, a guerra finita, successivamente assunse la direzione dell’istituto scolastico Cesare Pavese di Genova.

(3) Giannetto Fieschi, mio commilitone alla XVª compagnia di Sanità del Regio Esercito, non aderì al movimento partigiano, preferendo arruolarsi nella compagnia di Sanità dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana. A guerra conclusa, si dedicò con successo alla pittura e al disegno, esponendo per la prima volta le sue opere a Genova, nel 1947. Nel 1965, partecipò all’esposizione organizzata da Gérald Gassiot-Talabot Figuration Narrative,  che raggruppava artisti fedeli all’arte figurativa, seguendo la corrente della Pop Art.