Tempo di guerra…

Cima della Piccola

Alle 7, sveglia. Ma quale risveglio: freddo, umidità, stanchezza, dolori articolari… Rievoco intensamente i ricordi del mio idillio con M.M. Sette partigiani sono giunti dalla Val d’Aosta e ci comunicano notizie incredibili: i nostri avrebbero occupato il passo del Piccolo San Bernardo e avrebbero accerchiato circa duemila Tedeschi! Avrebbero, inoltre bloccato alcune camionette di tedeschi che tentavano di portare soccorso al presidio del Piccolo (“Tempu de guèra ciü musse che tèra”). Gli Alleati sarebbero giunti a 70 Km. da Torino!!! Scommetto con Rami che entro il 15 settembre gli Alleati libereranno la capitale del Piemonte… Nel pomeriggio “sopporto” una breve lezione di inglese. Leggo quindi la Bibbia e ceno alle 19.

Cinque prigionieri

BonzoCima della Crocetta

Allarme. Alle 8, iniziamo una marcia durissima che ci porterà alla postazione difensiva della Crocetta. Sempre in salita, giungiamo alla meta, molto affaticati, verso le 11,30. Pattuglie fasciste sono schierate sotto le nostre posizioni, che dominano la vallata. Durante la notte, cantiamo l’inno Fratelli d’Italia e invitiamo gli avversari a fraternizzare. Ma, ai primi albori del 18, i Fascisti rispondono ai nostri ripetuti appelli con il fuoco dei mortai, delle mitragliatrici, delle bombe a mano. S’ingaggia un breve combattimento che, grazie alle nostre posizioni dominanti, ci è nettamente favorevole. Il bilancio dell’attacco è di una decina di repubblichini, tra morti e feriti. Tra i caduti, un tenente medico della “Leonessa”, molto alto, che fino all’ultimo ha gridato contro di noi parole d’odio. Facciamo cinque prigionieri, tra i quali un genovese. Da parte nostra, né morti, né feriti. Durante il mio turno di guardia, osservo che dal fondo valle salgono alla zona sottostante le nostre posizioni alcuni contadini, agitando una bandiera bianca e trasportando lunghe pertiche: vengono a raccogliere i corpi di alcuni caduti; li avvolgono in lenzuoli i cui capi legano alle aste, ridiscendendo con i loro lugubri fardelli. Per tutta la notte ci alterniamo di guardia, temendo un ritorno del nemico. All’alba, quando finalmente ci viene dato il cambio, non riusciamo a prender sonno, a causa del freddo. Ogni tanto, un partigiano ci rianima con un bicchierino di rum. Alle 6 del mattino, nuovo bicchierino di rum. Poco dopo, io, Ernesto, Enzo e Rami siamo distaccati di guardia sulla vetta, a circa tremila metri sul livello del mare. Qui veniamo sorpresi da una furiosa grandinata, protetti solo da una coperta militare che ci ricopre testa e spalle. Contempliamo l’indescrivibile, grandioso, meraviglioso spettacolo degli innumerevoli ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso e delle cime Levanne. Alle 20,30, ridiscendiamo alla postazione principale, mezzo congelati.

Comando di brigata

Cantòira

Si riunisce a mezzogiorno il comando di brigata. Discutiamo i problemi della nostra formazione, sorti dalle nostre prime esperienze. Mi trovo in contrasto con tutti i compagni genovesi e con Filiberto Rami… Anche Mario, il mio diletto amico Mario Giolli, mi è contrario date le sue simpatie per la monarchia costituzionale. Solo Gino, che forse è un ebreo, sostiene efficacemente le dottrine socialiste e repubblicane, che collimano con le mie idee. Da parte mia, al liberalismo economico e capitalistico contrappongo la repubblica socialista, ispirata al naturalismo e al panteismo e organizzata secondo seri canoni morali. Durante la riunione, ho incontrato per la prima volta il commissario politico della Divisione, Paolo. E’ Antonio Giolitti, nipote del famoso ministro Giovanni Giolitti. E’ un bel giovane, alto, bruno, dagli occhi neri molto espressivi, dai neri capelli ondulati, molto distinto. Parla con estrema proprietà di linguaggio, rivelando fin dalle prime parole un autocontrollo e una cultura non comuni. Mi dicono che ha studiato alle università di Oxford e di Parigi e che è un esperto di problemi politici ed economici.

Sognando Roma

Bonzo

A Bonzo, è tornata la signora Munno accompagnata dalla figlia. La mamma di Filiberto ci offre pranzo e cena. Filiberto manifesta apertamente la sua affezione per me e Griša non perde l’occasione per manifestare le sue idee politiche di tendenza repubblicana e socialista. Io sto sognando… penso a M. e progetto di trasferirmi a Roma, a guerra finita, con il buon Griša come scudiero… Salutiamo con affetto e riconoscenza la signora e la signorina Munno e torniamo con Filiberto alla villa, ove andiamo a riposare alle 23,30.

Montiamo la guardia

Bonzo

Alle 9, faccio un bucato. Alle 12, pranzo: carne, formaggio, pomidoro e ciliegie. Alle 14 ci trasferiamo nella villetta, nostra abitazione saltuaria. Poco dopo, Mario e io montiamo la guardia presso la strada. Ho portato con me Sapho, dalle cui pagine leggo:

Puis, plus rien. C’est fini, la bête est morte… Une bise froide se lève, froisse les branches, apportant l’écho d’une heure lointaine…

Leur dernière action en commun, cette charité de tout à l’heure, leurs mains une dernière fois liées autour de ce petit corps moribond…

Scrivo: E’ necessario che la futura organizzazione civile sia affidata a uomini in possesso di una profonda conoscenza e coscienza umana e che abbiano una grande capacità di sentire, e non di rubare. Alle 16, di guardia con Rami.