Combattimenti a Cantoira

Forno

Mi sveglio alle 8. Mi comunicano che i nostri sono impegnati in combattimento nella zona di Ceres – Procaria – Fe – Cantoira. Giungono nel mio ospedaletto una quindicina di Patrioti feriti. Alla sera, io, Mario Giolli, Griša, Pippetto, i due della polizia di Pessinetto e Nuccio ci consoliamo con una cenetta e una buona bevuta. Ernesto ed Enzo Lunghi, insieme a Rami e a Geggi, sono partiti per Chialamberto… La sera, sempre a letto, in albergo. Ho perso la scommessa con Rami: Torino non è ancora liberata.

Pippetto

Albergo Centro, Cantòira

Sveglia alle 9. Mario Giolli, Enzo Lunghi e Pippetto[1] sono ritornati dalla Crocetta. All’albergo Centro apprendiamo notizie sulla situazione militare nel Canavese. Alle 19, ceniamo con i reduci del passo della Crocetta; quindi, invitato da Mario Giolli e dagli amici, fraseggio al pianoforte dell’albergo i temi principali del 1° Concerto di Chopin.

[1]  E’ un recente acquisto della nostra formazione, un genovese, figlio di un macellaio di Sturla. Altro genovese conosciuto in quei giorni è Sturla (nome di battaglia di Silvio Malagòli), ottimo ragazzo che, a guerra conclusa, fu donatore di sangue e gioielliere. Per aver ospitato a casa sua alcuni amici che, a sua insaputa, appartenevano alle Brigate Rosse, venne processato e condannato al carcere.

Cinque prigionieri

BonzoCima della Crocetta

Allarme. Alle 8, iniziamo una marcia durissima che ci porterà alla postazione difensiva della Crocetta. Sempre in salita, giungiamo alla meta, molto affaticati, verso le 11,30. Pattuglie fasciste sono schierate sotto le nostre posizioni, che dominano la vallata. Durante la notte, cantiamo l’inno Fratelli d’Italia e invitiamo gli avversari a fraternizzare. Ma, ai primi albori del 18, i Fascisti rispondono ai nostri ripetuti appelli con il fuoco dei mortai, delle mitragliatrici, delle bombe a mano. S’ingaggia un breve combattimento che, grazie alle nostre posizioni dominanti, ci è nettamente favorevole. Il bilancio dell’attacco è di una decina di repubblichini, tra morti e feriti. Tra i caduti, un tenente medico della “Leonessa”, molto alto, che fino all’ultimo ha gridato contro di noi parole d’odio. Facciamo cinque prigionieri, tra i quali un genovese. Da parte nostra, né morti, né feriti. Durante il mio turno di guardia, osservo che dal fondo valle salgono alla zona sottostante le nostre posizioni alcuni contadini, agitando una bandiera bianca e trasportando lunghe pertiche: vengono a raccogliere i corpi di alcuni caduti; li avvolgono in lenzuoli i cui capi legano alle aste, ridiscendendo con i loro lugubri fardelli. Per tutta la notte ci alterniamo di guardia, temendo un ritorno del nemico. All’alba, quando finalmente ci viene dato il cambio, non riusciamo a prender sonno, a causa del freddo. Ogni tanto, un partigiano ci rianima con un bicchierino di rum. Alle 6 del mattino, nuovo bicchierino di rum. Poco dopo, io, Ernesto, Enzo e Rami siamo distaccati di guardia sulla vetta, a circa tremila metri sul livello del mare. Qui veniamo sorpresi da una furiosa grandinata, protetti solo da una coperta militare che ci ricopre testa e spalle. Contempliamo l’indescrivibile, grandioso, meraviglioso spettacolo degli innumerevoli ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso e delle cime Levanne. Alle 20,30, ridiscendiamo alla postazione principale, mezzo congelati.

Arriva papà

Bonzo

“Cos’è mai questa nostra Patria che difendiamo? Qual è l’idea che ci sospinge nella lotta contro l’oppressione fascista?” L’idea della patria, come l’immagine della bandiera nazionale, è un’astratta creazione del potere. Questa subordina la libertà dell’individuo alla fedeltà alle tradizioni (anche quelle peggiori), imponendo la subordinazione di ogni energia intellettuale e materiale agli oscuri disegni della politica. Secondo me, dovrebbe esistere una sola patria: il Mondo; un solo popolo: l’Umanità. Solo in quel caso, l’ideale della patria contribuirebbe alla pace universale. Al contrario, oggi esistono tante patrie quanti sono i governi che le creano, e anzi molte di più: quelle inventate dagli schieramenti dovuti a interessi politici, economici, confessionali… La sola patria che ho scoperto è costituita dalla Musica.” Oggi ho ascoltato con grande partecipazione spirituale il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Franz Liszt, l’Ouverture del Manfred di Robert Schumann, le Suites dell’Arlesienne e della Carmen di Georges Bizet e il valzer Storielle del bosco viennese di Johann Strauss. Alle 16, arrivano a Losa il Papà e il signor Nino Lunghi. Io, Ernesto ed Enzo andiamo loro incontro, in bicicletta. Poi, da Losa torniamo a Cantòira alternandoci in sella con i nostri cari. Il papà mi ha portato la “rete da caccia”, che fu del nonno Emilio, contenente indumenti vari. Egli mi dà buone notizie della mamma e di Lauretta e mi riferisce sulla situazione della vita a Genova.

Ciliegie

Bonzo

Alle 9, faccio toilette, barba compresa (m’era cresciuta molto). Continuo la lettura di Sapho. Alle 14,30 “pranziamo” a base di ciliegie. Con la sabbia, su una sponda del fiume, faccio una statua abbastanza rassomigliante a M. Sono arrivate la signora Lunghi, mamma di Ernesto e Lorenzo, e la signora Crosa, mamma di Gegi Parodi. Queste ci danno buone notizie di Miki e della signora Cassandra sua madre, e ci consegnano alcuni pacchi, uno dei quali mi è inviato dai miei cari, tramite la signora Cassandra. Nel mio, trovo, tra l’altro, il “Manuale – Prontuario Medico” del Dottor Alfredo De Carolis già appartenuto a mio nonno Emilio Viotti, medico chirurgo. Alle 19,30 ceno con Griša, a Cantòira. Alle 22, ritirata a Bonzo. Notte turbata dalla presenza di topi.

Un imminente rastrellamento

presso Bonzo

Dalle 2 alle 4 del mattino, monto la guardia insieme a Mario Giolli (Sangallo). Dalle 4 alle 6, dormiamo profondamente. Subito dopo, dobbiamo marciare dall’accantonamento fino alla cresta. Secondo le notizie comunicateci da alcuni valligiani, che sono andati presso Bonzo a prendere per noi un sacco di pane, sarebbe immininente, per oggi, un rastrellamento in forze. Come già sapevamo, i Tedeschi e i Repubblichini ci hanno catturato due cannoncini, nonché un’automobile, aiutati dalle loro spie, numerose in questa zona. I Nazi-fascisti sono entrati in vari paesi, ove hanno proceduto a interrogatori e perquisizioni. Hanno fatto capire di sapere che ci troviamo nell’impossibilità di difenderci e che ci attaccheranno quanto prima. Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, tra noi partigiani si sono manifestati episodi di indisciplina e di mancanza di cameratismo. Eccezion fatta per il nostro gruppo e per il comandante “Moro”, giovane cauto e posato, non trovo  elementi degni di stima. Generale è l’incoscienza e l’ignoranza, anche dal punto di vista militare. Le nostre più urgenti necessità non trovano appagamento.

bonzo

Una cartolina da Bonzo

Non difetta soltanto il cibo, ma persino l’acqua. Quanto al nostro armamento non ne siamo in possesso che per il 10%. Circa i mezzi di comunicazione, non possediamo né radio, né telefoni. Le poche auto e moto di cui disponiamo riescono tutt’al più a segnalarci, solo pochi minuti prima, un attacco di carri armati o di autoblinde. Non possediamo più un solo pezzo anticarro: l’unico che avevamo – quello del “tigre” regalatoci dai soldati cechi – ci è stato ripreso dai tedeschi. In una tale situazione, è assurdo intraprendere attacchi contro un nemico numeroso, bene equipaggiato e organizzato. Tra i nostri, vi sono alcuni pazzi che intraprendono imprese temerarie dai risultati, sovente, di poco conto, ma che provocano sempre feroci rappresaglie sia nei confronti della popolazione che vive nella nostra zona, sia nei nostri confronti, determinando rastrellamenti che mirano ad annientare le nostre esigue, superstiti forze. Lo ripeto: secondo me è necessario astenerci da ogni attività bellica, rimanendo sulla difensiva e tenendo lontane da noi le numerose spie fasciste, organizzandoci sistematicamente, raccogliendo viveri, armi e munizioni, in vista dell’attacco che dovremo lanciare quando gli Alleati costringeranno i nostri nemici a ritirarsi dall’Italia settentrionale. Allora, potremo far saltare ponti, ferrovie, strade al fine di impedire il ripiegamento dei Nazifascisti. Stamane abbiamo appreso da radio Londra che gli Alleati hanno raggiunto i sobborghi di Livorno, di Ancona e di Arezzo. Quando si è impegnati nella lotta, ogni idea dev’essere subordinata alla intuizione tattica e strategica e, soprattutto, alla comune intesa. In ciò devo riconoscere che Miki e i suoi seguaci militaristi hanno delle buone ragioni che noi, antimilitaristi e pacifisti, abbiamo sottovalutato nelle nostre precedenti discussioni. I partigiani, in genere, non sono che dei ribelli al Nazismo e al Fascismo; ma non hanno idee chiare sul futuro d’Italia; sono esseri imprevidenti che lottano alla giornata, disperatamente e quasi ciecamente, solo per sopravvivere.  Anch’io, malgrado l’ammirazione che nutro per il pensiero mazziniano, non sento la necessità di appartenere a un partito. Ho solo sete di libertà, nel rispetto degli altri, desiderio di luce per me e per tutta la marea di fantasmi che s’agita intorno a me, in questo tragico momento…

Verso le 9,30, rimbomba il cannone in val di Ala. Siamo nell’ansiosa attesa del rastrellamento che ci era stato preannunziato… Nella mattinata, forze aeree inglesi bombardano Torino. Sulla strada di Bonzo, un nostro motociclista ha fatto una ricognizione ad ampio raggio: pare che i Tedeschi abbiano, per il momento, rinunziato alle operazioni nella nostra Valle… A mezzogiorno: due panini e toma. Nel pomeriggio siamo assaliti da una terribile SETE, fino alle 17,30,  quando,   ritornati  alla grangia, facciamo una puntata ad una baita ove ci dissetiamo e ci sfamiamo con un po’ di latte, polenta e çairas (una specie di ricotta-mascarpone).

Alle 20,30, riso e latte e alle 21,30 Mario Giolli, Rami ritornato tra noi, i fratelli Lunghi e io dormiamo all’aperto per evitare liti con gli altri e per poter distendere le gambe liberamente.

Nello Stura

CantoiraChialamberto

Faccio un bagno nelle fresche acque dello Stura, insieme a Gegi Parodi. Ne approfitto per lavarmi i panni. La sera, cena e il solito ballo dei miei amici. Verso le 20, ci separiamo dai militaristi del gruppo (Miki, Gegi e… Rami!). Io (Paulatim), Mario Giolli (Sangallo), Ernesto (Harbig) e Lorenzo Lunghi (Licò) ci spostiamo in corriera a Chialamberto, ove, dopo uno spuntino, riusciamo a dormire in un letto “vero” e sopra un materasso “vero”.