Arrivano i carri armati Tigre

Rosone – Ceresole Reale

Tiger_29_italiaAlle 6,45, dopo esserci massaggiate le gambe e la schiena, scorgiamo, a circa un chilometro, alcuni Tigre, seguiti da molte camionette. Alle 7, all’avvicinarsi della colonna nemica, due partigiani artificieri fanno saltare il ponte, precedentemente minato, e ci invitano a ritirarci. Mentre iniziamo la marcia, i carri armati aprono il fuoco nella nostra direzione. Sopra la nostra testa, passa un apparecchio tedesco. Sto guardandolo quando sento un acuto dolore al piede sinistro. Mi tolgo la scarpa e vedo che sto perdendo sangue dall’alluce: dev’essere una piccola scheggia  che mi ha colpito di striscio. Mario mi aiuta a medicarmi con un fazzoletto. Sono fortunato d’avere, come d’abitudine, le scarpe larghe, poiché posso rimettermi la scarpa e riprendere, sia pure con fatica, la strada in direzione di Ceresole Reale. D’improvviso, scorgiamo sulla destra un sentiero che continua con una scalinata, la quale ci induce a credere che possa condurci in un luogo riparato. Giunti in cima della scalinata, constatiamo con preoccupazione che questa non ha alcuno sbocco, terminando alla base di un altissimo strapiombo della montagna. Quella scala affianca i tubi della dinamo della centrale elettrica. Siamo perciò costretti a scendere verso la strada, mentre i Tigre avanzano a passo d’uomo a circa 300 metri da noi. Come abbiano fatto i cingolati tedeschi a procedere oltre il ponte saltato in aria non riusciamo ad immaginarlo. Scendiamo con calma, per non destare sospetti nei carristi germanici. I due tedeschi del primo carro, che fanno capolino dal loro Tigre, ci vedono perfettamente ma non aprono il fuoco. Forse, dato che indossiamo abiti borghesi, devono averci scambiato per due addetti alla dinamo, o non hanno messo in azione il loro cannoncino per non colpire la preziosa tubatura dell’impianto. Fatto sta che riusciamo a raggiungere la strada a 150 metri dal primo carro armato… continuo a perdere un po’ di sangue dalla ferita, ma riesco a camminare senza eccessivo dolore. Alla prima svolta della strada, perdiamo di vista i Tigre e cerchiamo di accelerare il passo. Scorgiamo un casolare sul lato destro della strada e lo raggiungiamo, inerpicandoci per un sentiero. Spinti dalla fame pungente, bussiamo alla porta di quella grangia, ma nessuno ci risponde. Finalmente, a seguito della nostra insistenza, un contadino ci apre. Alle nostre richieste, ci dice che non ha niente da darci. Lo assicuriamo che lo pagheremo per quel poco che potrà offrirci. Ma quel tristo ci minaccia con il pugno e ci intima di andarcene. Allora Mario, pistola in pugno, gli impone di consegnarci quello che ha. Il contadino, divenuto ragionevole, ci dà sei uova e un grosso pezzo di burro. Paghiamo e ce ne andiamo, salendo sempre più in alto. Numerosi spari ci fanno capire che i Tigre e gli autocarri stanno rispondendo al tiro di alcune nostre mitragliatrici poste ai due lati della valle. Con il sottofondo di quella musica, ci sdraiamo in un prato e ci beviamo un uovo fresco e trangugiamo un bel pezzo di burro che, senza pane e senza sale, finisce per nausearci. Esamino la mia ferita e constato, soddisfatto, che è cosa da poco. Riprendiamo il cammino, sulla strada. Ad un tratto appare su una motocarrozzella un ufficiale partigiano. Lo chiamiamo a gran voce, pregandolo di darci un passaggio fino a Ceresole e facendogli capire che sono ferito. Ma quello, pur rendendosi conto delle nostre difficoltà e del pericolo che corriamo, procede a tutta velocità, senza degnarci di un cenno. Sfiniti, raggiungiamo Ceresole, ove possiamo cucinarci le preziose uova al burro, completando il banchetto con un po’ di formaggio e una fetta di polenta. Ci riposiamo per una buona mezz’ora sulle brande dell’albergo-ospedale. Quindi, mi medico la ferita, disinfettandola bene con alcool. Verso le 19,30, ceniamo frugalmente in una villetta, insieme a Oliviero e Ugo… Quivi troviamo un pianoforte verticale, sul quale Mario e io improvvisiamo… alle 22, esausti ce ne andiamo a dormire in un letto.