Mario Giolli torna in Italia

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Durante la notte, Miki, armato di mitra, ha dormito per terra, sdraiato davanti alla porta della mia cameretta, che ha chiuso a chiave dall’interno. Verso le 11, viene Griša, accompagnato dall’infido Boni. Regalo a Griša un paio di calzoni. Alle 14, mangio un pezzo di pane e un’orribile minestra (acqua, patate crude e un pezzetto di carne durissima). Il buon Griša, dopo un po’, mi porta un altro pezzo di carne lessa, mangiabile. Sfogliando una grossa rivista francese, mi colpiscono alcune belle illustrazioni raffiguranti castelli, palazzi, chiese gotiche. Apprendo con dolore che Mario Giolli, non volendo lavorare per i Francesi a Lanslebourg, è stato costretto a tornare in Italia, senza potermi salutare. Mi riprometto di scrivere alcune considerazioni sul duro trattamento riservato dai maquis (F.F.I.) nei confronti dei partigiani italiani.

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Ricordi

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Durante la mattinata ho una conversazione col proprietario dell’Hôtel. E’ un uomo piuttosto burbero, ma di buon cuore e dotato di molta esperienza. Mi assicura che rimarrò in Francia e che mi manderà, al più presto, il medico dei Maquis (F.F.I.). Infatti, dopo poco, giunge il dottore che mi riscontra un flemmone al piede sinistro e mi ordina bagni caldi e sulfamidici, in attesa che si risolva. Seguo scrupolosamente la cura prescrittami. Mi giunge notizia che radio Londra ha comunicato la liberazione della città di Rimini. Leggo il prontuario medico della nonna Emilia. Verso mezzogiorno, mi viene servito un piatto di riso con funghi e con alcuni pezzetti di carne. Sotto l’ispirazione di questo “pranzo” scrivo:

Più d’una volta, da bambino, sfidai l’olio di ricino pur di non andare a scuola e di rimaner solo nella mia cameretta. Era delizioso starsene a letto, imbacuccato e raggomitolato, mentre fuori il Sole era già alto e si sentivano i passi e le chiacchiere di donne che andavano a far la spesa… sentivo il gridìo dei miei compagni che s’affrettavano… un gallo cantava… un altro gallo gli rispondeva… i grilli, il torrente, il tram, la canzone di una servetta che da un poggiolo batteva un tappeto, e un venditore ambulante che gridava con tono lamentoso: – Camamilla! Scope ! Camamilla! – Era un’immensa sinfonìa di suoni e di rumori. Io, tenendo gli occhi socchiusi, mi lasciavano trasportare da quel rumore e fermento. Mamma, la sento ancora come fosse ora, era di là, che puliva la casa, con l’aiuto della Francesca[1], e preparava il pranzo. Ogni tanto veniva, preoccupata, a veder come stavo, mi toccava la fronte con la sua mano fatata, per controllare se avessi la febbre…[2]Solo oggi mi rendo conto del vostro immenso significato: il ricordo, che è l’unico grande tesoro che ci portiamo appresso, nella nostra effimera esistenza. Cosa farà la Mamma, mentr’io son qui a Bonneval, in questa stanzetta piena di Sole? Forse prepara il pranzo, mentre il Papà sta ascoltando le notizie della radio, preoccupato… La Mamma guarda con amore Lauretta, che l’aiuta; poi s’arresta un istante e una lacrima le solca una guancia. Pensa: – Come starà il nostro Emilio? Non gli sarà capitata qualche disgrazia? Quando sapremo qualcosa di lui? –

– Mamma, anch’io piango, sai? Piango tanto, in questa cameretta di Bonneval, inondata dal Sole. Piango in silenzio, e non c’è nessuno che mi conforti e mi rassicuri su di te, sul Papà, su Lauretta… –.

Nel tardo pomeriggio mi giunge la graditissima visita del caro Miki. Leggiamo insieme un articolo di filosofia, della Revue de Paris, alcune belle poesie di Cardarelli e alcuni nostri frammenti… All’ora di cena, non riesco a mandar giù una tremenda minestra di veccia e patate.

[1]             La nostra affezionata domestica, di Pieve Pelago.

[2]             Ispirandomi a questi ricordi, nel 1947, scrissi la poesia Scherzo.

I feriti rimangono in Francia

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Verso le 8,30, il signor Cusino mi fa visita e mi porta un bicchierino di latte. Nella mattinata, un partigiano garibaldino viene a mettermi in ordine la camera. Faccio alcuni impacchi ai piedi. Il garibaldino ha saputo che i feriti e gli infermieri rimarranno a Bonneval, mentre tutti gli Italiani armati e non armati dovranno rientrare in Italia. Solo 15 feriti, a capo dei quali vengo designato io, rimarranno in Francia fino a nuove disposizioni. Regalo una giacca al povero ragazzo che mi ha messo in ordine la stanza e che è costretto a rientrare in val d’Ala, insieme agli altri garibaldini. La signora Cusino mi porta per cena una minestra (brodo con patate) e un pezzetto di carne lessa!

Sofferenze

Bonneval-sur Arc, Hotel des Evettes

Mi sveglio in albergo. Mi medico i piedi. Poco dopo mi fa visita il signor Bruno, che ha diviso con me parte della traversata delle Alpi. Mi porta un po’ di caffè. Rimango a letto, ove riprendo a scrivere il presente diario, interrotto nei giorni precedenti. A Bonneval circola la voce secondo la quale le truppe Americane dovrebbero arrivare in giornata. Comincio a sperare di poter essere ricoverato in qualche infermeria degli Alleati, ove poter curare i miei poveri piedi piagati. Verso mezzogiorno, un medico del Maquis (F.F.I.) mi visita e mi dà il permesso di rimanere a Bonneval. Poco dopo, il signor Bruno mi porta, a letto, un piatto di agnolotti in un brodo di… acqua calda. Li ha confezionati lui stesso, insieme alla padrona dell’hôtel. Il signor Bruno è molto gentile: vuole servirmi come un buon cameriere ed io gli sono molto riconoscente. Faccio un impacco ai piedi; poi, un po’ sollevato, mi sfogo scrivendo.

Due odiosi pseudo dottori italiani, con tanto di tre stellette (capitani?), dopo una visita sommaria, vorrebbero costringermi a sloggiare dall’Hôtel des Evettes. Vengo assalito da forti dolori viscerali e, nonostante gli stimoli non riesco a liberarmi. I piselli che avevo mangiato, forse a causa del freddo e delle fatiche, si sono trasformati in un tappo durissimo che mi occlude il retto. Sono costretto a liberarmene, procurandomi un’emorragia all’ano. La sera, la signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi fa prendere due tazze di minestra. Sembra che i partigiani armati abbiano ricevuto l’ordine di rientrare in Italia (in val d’Ala), ma che si siano rifiutati.

Ici nous sommes en France

Confine francese – Bonneval-sur Arc 

Trascorro una notte agitatissima. Prima di lasciarmi solo, il dottore mi fa bere un sorso di tè, assicurandomi che manderà qualcuno a trasportarmi in un luogo più sicuro. Ma passa il tempo e nessuno si fa vivo.
Verso mezzogiorno – secondo quanto segna il mio orologio da tasca – giungono due maquis francesi che mi sollecitano ad andarmene al più presto, poiché i repubblichini stanno dirigendosi da Ceresole Reale verso il passo Girard e potrebbero raggiungere la zona in cui mi trovo da un momento all’altro.
Con tutti e due i piedi piagati, percorro un lungo tragitto impervio, sostenuto dal fedele bastone, che m’era compagno da Forno.
Mi trascino lungo la mulattiera, sotto il sacco “libresco”, avvolto da un immenso silenzio, rotto, a volte, dall’eco di qualche sparo lontano.
D’improvviso, il sentiero, che da un lato costeggia un burrone e dall’altro è delimitato da una parete inaccessibile, mi conduce ad un avvallamento attorno al quale sorge un piccolo agglomerato di stalle, con le porte spalancate, internamente vuote.
La mulattiera prospiciente alle stalle è completamente invasa da un lago di sterco e di urina di bovini…
Da un lato il burrone, dall’altro la ripidissima parete e dietro di me il nemico.
Mi faccio coraggio e cammino attraverso quegli escrementi, affondandovi oltre la caviglia. Poi, sempre appoggiandomi al buon bastone, l’unico sostegno rimastomi, attanagliato dai dolori che dai piedi mi salgono fino al cuore, sotto il peso dei miei inseparabili libri e dei miei stracci, risalgo a stento per un interminabile tratto la mulattiera, ridiscendendo quindi in una valle che si allarga dolcemente.
Tra i sublimi colori alpini scorgo una figurina femminile.
Mi avvicino molto lentamente. E’ una fanciulla d’una decina d’anni, “dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro”, che mi guarda meravigliata. Poco lontano da lei, un uomo, forse il padre, mi osserva con un’espressione di pietà.
Gli chiedo, in italiano, un sorso d’acqua, ed egli mi risponde: – Ici nous sommes en France -.

Bonneval-sur Arc in inverno.

Gli ripeto la domanda in francese ed egli, rivolgendosi alla ragazzina:  – Donne-lui un peu d’eau de la carafe! -.
La fanciulla mi sorride, si avvicina a me con una bottiglia e mi aiuta a bere. Credo di non aver bevuto mai acqua così pura e così buona. Poco lontano, scorgo un ruscello che scorre limpidissimo.
Chiedo alla fanciulla: – Comment s’appelle? -.
Ed ella: – C’est l’Arc -.
Ringrazio i due savoiardi e scendo verso l’Arc. Lo raggiungo. Mi tolgo il sacco dalle spalle indolenzite e mi lavo in quelle acque gelide e pulite, asciugandomi con i miei stracci.
Per alcuni istanti, rimango estatico davanti al meraviglioso paesaggio alpino, mentre il cielo s’è fatto d’un azzurro intenso e il sole splendente mi riscalda con i suoi raggi d’oro…
Mi sento invadere dal fascino di sentirmi giunto in terra di Francia.
Dopo aver percorso la mia via crucis, da Carro fino a Bonneval-sur Arc, provo l’inattesa gioia di riabbracciare Miki e Sturla.
A tarda sera apprendo che i miei compagni genovesi sono tutti sani e salvi.
Accompagnato da Miki e da Sturla, giungo all’Hôtel des Evettes, ove riesco a farmi ospitare.
Il proprietario mi intrattiene in una interessante conversazione, in italiano, manifestando le sue tendenze socialiste…
La mia cena è costituita da un consommé e da una scatola di piselli donatami in val Grande.
Dormo, finalmente, in un lettino.

Beppe mi salva la vita

Sul crinale

Alle 6, in marcia. Ho il piede sinistro piuttosto gonfio e me lo medico alla meglio. Dopo molte ore di cammino, accompagnato dal signor Bruno – che ha tutta l’aria di essere un ebreo – riesco a raggiungere il crinale. Poi, a prezzo di sforzi indicibili, precedo il gruppo, al quale s’è unito il signor Bruno, e supero la zona rocciosa. Walter e il suo amico, ch’erano andati in avanscoperta, tornano al rifugio dove mi sono riparato e comunicano a me e agli altri che il passo è invalicabile a causa della tormenta. Siamo, quindi, costretti a riprendere il cammino. Nessuno riesce a trovare il sentiero che conduce ai passi praticabili sui ghiacciai… Mangio qualcosa, sotto la neve che cade abbondante. Intorno a me avvengono scene di panico.

– Abbiamo perso la pista giusta e stiamo gelando -. – Non ce la facciamo più… torniamo alle grange -. – Stiamo seguendo le impronte che abbiamo lasciato sulla neve un quarto d’ora fa… Siamo tornati sui nostri passi -.

Io proseguo in quel turbine candido, in silenzio, insieme ad altri che, sebbene esausti, non si son persi d’animo. Finalmente un alpigiano, che è sicuramente un contrabbandiere, giunge in nostro soccorso e ci fa da guida. Dopo un tragitto che ci sembra eterno, il contrabbandiere ci annunzia: – Siamo arrivati in Francia -. In quel candore non esistono confini. Dopo il nevaio, incontriamo ghiacciai e crepacci azzurrini e quasi violacei… Verso le 19, mi accascio a terra, sotto lo zaino, e mi addormento. Sogno d’essere comodamente seduto davanti al caminetto della mia casa paterna, a san Martino, e di godermi in pace un bel calduccio. Ma, d’improvviso, provo acutissimi dolori alle spalle. Mi sveglio, sentendomi scuotere violentemente. E’ un partigiano che vuole rianimarmi e mi solleva da terra. – Stai per assiderare… reagisci… sostieniti a me… ti aiuterò a raggiungere la prima grangia dove non sarai più in pericolo.-. L’uomo al quale devo la vita rimarrà per me sconosciuto. Ricordo soltanto che qualcuno mi disse ch’era un Veneziano, di nome Beppe e che, prima di far parte delle formazioni partigiane, era pompiere a Milano. Con l’aiuto di Beppe, riesco a raggiungere una grangia e a sdraiarmi su un po’ di fieno. Il mio salvatore mi saluta e sparisce nel buio… Dopo qualche ora, giungono il dottore e quattro feriti che si stendono accanto a me. Fuori la tormenta è cessata.

Su un tavolaccio, pensando a Montesquieu

Forno – Grange

Verso le 14, parto con la colonna dei feriti. Da Forno raggiungiamo le grange, a tarda sera. Qui trovo Bologna che mi regala un po’ di toma, semplicemente schifosa. Dormo insieme ai feriti sopra un durissimo tavolaccio, tenendo la giacca sotto il capo e il giaccone sopra il petto. Nei brevi momenti di tregua, leggo Montesquieu… Alla scrittura dei politici preferisco quella dei poeti, degli aforisti, dei romanzieri. La lettura affrettata e disordinata di Montesquieu mi fa apparire questo illustre spirito costantemente legato alla politica, troppo fiducioso nella buona interpretazione delle leggi, troppo serioso e cattedrattico. A volte mi sembra un’artista che ami la contenutezza e il riserbo, ma per molti aspetti, m’è parso vicino a Machiavelli: in entrambi, efficace stringatezza, robustezza scultorea, forza oratoria un po’ greve, ma sempre sapientemente preparata e intimamente legata all’argomento prescelto. In questi due scrittori politici, naturalmente, è più vivo l’intento critico, riflessivo, razionale, che lo slancio lirico, appassionato, fantasioso. Montesquieu, grazie alla sua acuta indagine, è uno dei preparatori e degli ispiratori della Rivoluzione francese. Io gli preferisco Voltaire, più bizzarro, più disordinato, ma più geniale artista, come preferisco un buon racconto o un buon romanzo – forse perché più aderenti alla realtà quotidiana e agli umani sentimenti – a un buon trattato di critica e di politica. Montesquieu è un profondo analizzatore delle cause e degli effetti di importanti eventi storici (Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence); meno felice mi pare nella critica alle Arti e alle Scienze (Lettres Persanes), specie per ciò che riguarda la Poesia. Voltaire scrisse in proposito di Montesquieu: “Il est coupable de lèse – poésie”. Esatto, invece, mi pare il suo presagio secondo il quale la Scienza avrebbe reso funesto il futuro progresso dell’uomo. Mi sono parsi interessanti, nelle Lettres Persianes i seguenti passi: a pag. 56, sull’Académie française ( un quadro alla Rembrandt); a pag. 59, sulla Dissertation sur la politique des Romains dans la Religion; a pag. 63, sul Dialogue de Sylla et d’Eucrate. Nelle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence, a pag. 72, ho notato il seguente passo: “En un mot, un gouvernement libre, c’est-à-dire toujours agité, ne saurait se mantenir s’il n’est, par ses propres lois, capable de correction”. A pag. 90, e altrove, appare il concetto secondo cui una causa generale fa perire uno Stato con una sola battaglia. Come Machiavelli, Montesquieu adopera uno stile deciso, efficacissimo, che possiede grandi qualità non solo dal punto di vista dell’uomo-stile[1], ma anche dal punto di vista estetico (quando mi sarà possibile, analizzerò la lingua di Machiavelli). Pur negando valore alla Poesia, Montesquieu non si avvede che nella sua opera, oltre all’uomo, al filosofo, al politico, v’è anche l’artista, il poeta che, con pochi tratti energici, crea attimi vivissimi, imperituri nel loro maschio slancio… Secondo lui, la corruzione dei sistemi politici, dei grandi stati, degli imperi, è dovuta a molte cause tra cui anche alle raffinatezze ammaliatrici dell’arte, questa così pericolosa essenza dell’animo umano (amoralità dell’Arte).

[1] Uomo-stile: ciò che fa l’uomo con personalità, con impronta individuale assume una fisionomia che ha il misterioso sapore del suo creatore.