In libreria

Albertville

Ottengo il permesso di fare una passeggiata fuori dall’ospedale. Al mio rientro, faccio la conoscenza della signorina Niny, una partigiana italiana, in divisa militare, venuta a visitare i feriti e gli ammalati italiani. Dopo una breve conversazione, le regalo il volume La Musica. Giunge quindi l’ordine che io e i miei compagni feriti e ammalati, in condizione di poter camminare, veniamo dimessi e nuovamente trasferiti alle carceri della città. Le mie condizioni fisiche, dopo l’intervento chirurgico, sono ancora precarie. I miei poveri piedi non mi consentono di portare le scarpe. I miei vestiti sono ridotti a brandelli. Il mio viso è stravolto dal dolore e reso cupo dalla fame e dalla barba lunga. Inoltre, la pelle del volto mi si desquama a causa del freddo sofferto durante la traversata delle Alpi. In tali condizioni, non mi sento di passeggiare per le strade di Albertville. Ma quando mi ritrovo nella cella del carcere, non riesco a sopportare il senso di soffocamento che mi opprime e sono costretto ad uscire. Aiutato dal mio fedele bastone, mi trascino per la strada, come un mendicante. L’effetto che produco su chi m’incontra è evidente: qualcuno mi guarda con un’espressione di compassione, altri squadrandomi come se fossi un galeotto. Io, tuttavia, sono fiero della mia miseria. Osservo con meraviglia la vita normale che si svolge intorno a me, i negozi, le case, gli oggetti, i volti distesi che avevo disperato, sovente, di mai rivedere. Chiedo se nella cittadina esiste qualche libreria. Mi viene indicata una cartolibreria. Vi entro e, sotto l’attento controllo di un commesso, mi metto a cercare tra i volumi e volumetti, quasi tutti scolastici, qualche opera che mi accompagni nelle nuove peregrinazioni. Scelgo l’anonimo Autore della Chanson de Roland e Montesquieu. Pago e soddisfatto, esco dal negozio, sotto lo sguardo stupito del commesso.

In una cartoleria, situata poco distante, acquisto alcune riproduzioni di quadri di Daumier, formato cartolina. Ritorno trionfalmente in prigione con i miei grandi Amici… sotto il braccio. Mi sdraio in terra, nella mia cella, evitando la paglia brulicante di pidocchi, e inizio la lettura dell’Esprit des Lois alla luce di un bel tramonto. Durante le brevi interruzioni delle pagine di Montesquieu, rivedo   il     volto    di    quel     commesso     che    mi    scrutava   con  diffidenza,   anziché     con    quella      simpatia    che  si    addice   ad un libraio nei confronti di un bibliofilo, se non altro per una ragione commerciale.

Dopo gli appetiti dello spirito, si manifestano in me quelli del corpo, e precisamente la fame. Con i pochi franchi che mi rimangono decido di acquistare qualcosa da mangiare. Scorgo fuori d’ un negozio di fruttaiolo   una cesta   d’uva moscata bianca,   molto   invitante,  e   ne acquisto un chilo. Poi cerco un angolo tranquillo dove potermela gustare. Mi siedo sopra un muricciolo, poco lontano dalla Chiesa, con il mio sacchetto d’uva in grembo e divoro tutto quell’oro delizioso, con il gusto che solo la fame può dare, crogiolandomi al tepore del benigno Sole, al tramonto. Quest’inizio d’ottobre savoiardo sembra restituirmi amorevolmente alla vita, malgrado i non pochi colpi di scena. In carcere, prima di addormentarmi, vengono ad avvertirmi dall’Ospedale militare che l’indomani dovrò trasferirmi a Chambery.

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Febbre

Albertville

Trascorro una notte terribile, senza chiudere occhio, assalito da una forte febbre. Mi si è formato un flemmone vicino all’alluce del piede sinistro. Mi reco a piedi (!) all’ospedale militare, ove mi misurano la temperatura che si aggira sui 40°. Verso le 9 del mattino, mi viene inciso il flemmone e vengo quindi ricoverato in corsia. Con mia sorpresa, sono sistemato in un letto accanto a quello in cui giace Giolitti. Paolo dovrà presto subire un delicato intervento chirurgico al femore. Il trattamento da parte dei medici, delle belle crocerossine e dei giovani della C.R.F. è ottimo… Nel cielo, azzurrissimo, di quando in quando si sentono e si vedono alcuni aeroplani alleati sorvolare la Savoia.

Nelle carceri

Albertville

Mi sveglio in ospedale verso le 7,30. Faccio toeletta e colazione (pane e tisana calda). Ora il morale è eccellente. Siamo felici dei Liberatori, della loro generosità ed affettuosità. Nel pomeriggio, zoppicando, visito il centro di Albertville. Incontro un vecchio prete, alto, distinto, canuto, con il tipico cappello dalle falde ricurve del clero francese e con fibbie settecentesche alle scarpe. A me e a qualche mio compagno parla con grande simpatia del Piemonte e della Val d’Aosta. Poi ci offre da bere a un bistro e ci regala 50 franchi a testa. La sera, al rientro in ospedale, ci attende una brutta sorpresa: per penuria di posti letto e di alloggi, veniamo trasferiti alle carceri della città… Il morale è sceso a terra. Dormiamo nelle celle, aperte, della prigione, nelle quali erano già stati “ospitati” molti soldati, tedeschi, francesi, italiani e profughi savoiardi. Ben presto scopriamo che la paglia su cui ci siamo sdraiati è infestata da legioni di famelici pidocchi[1].

[1]              Contemporaneamente, alcuni Inglesi, facenti parte delle nostre formazioni, vennero, invece, ospitati in albergo!

 

Un viaggio tra bellezza e orrori

Bonneval-sur Arccol de l’IseranAlbertville

Attendo, per tutta la giornata, la visita del medico francese. Spero di farmi inviare a Bourg St. Maurice o ad Albertville, ove potrei curarmi e nel contempo prestare la mia opera come infermiere.  Più soffro e più desidero che ai miei nemici siano risparmiate le mie sofferenze, e più comprendo il significato del Cristo. La sofferenza dà la misura del valore della vita. Il desiderio che i miei dolori vengano risparmiati a tutti crea in me un’atmosfera di bontà e di pietà quale non avevo mai provato… Mi pare che una celestiale virtù stia per esiliarmi dalle mie passioni terrene… Poco dopo, riprendendo le forze, torno al mio passato, ai miei cari, a M., e a un desiderio di umana felicità.

Finalmente, verso le 17, un capitano medico francese, grazie all’interessamento della signora Cusino, proprietaria dell’hôtel, mi visita e mi dà il permesso di trasferirmi all’Ospedale militare di Bourg St. Maurice. Corre voce che il signor Cusino, proprietario dell’alberghetto che mi ospita, sia stato fucilato dai partigiani francesi, perché ritenuto colpevole di spionaggio a favore dei nazi-fascisti. Saluto la signora Cusino, in lacrime, e salgo con il mio fardello su uno dei cinque camion militari U.S.A., giunti da poco, che costituiscono l’autocolonna diretta a Bourg St. Maurice. Il camion che mi prende a bordo è guidato da un soldato negro e da uno bianco, entrambi statunitensi, in divisa mimetica su fondo kaki . Mi siedo accanto ad alcune donne e ragazze provenienti dal fondo valle: sono profughe da Lanslebourg e da Bessans, alle quali i tedeschi hanno strappato i loro uomini. Hanno con sé solo qualche fagotto e alcune coperte a protezione dalla temperatura polare. Quasi tutte piangono in silenzio.

Ha inizio un viaggio che, fin dai primi istanti, si annunzia emozionante e drammatico. L’autocolonna si inerpica sulla strada sovrastante Bonneval: il paesello mi appare dall’alto come un piccolo presepe natalizio. Le vette alpine circostanti sono già cariche di neve. Me ne sto rannicchiato in un angolo del camion, proteggendomi dal freddo con una coperta che m’è stata data dall’autiére americano negro[1]. Saliamo, saliamo ancora. L’aria si fa sempre più pungente. Stiamo percorrendo la strada più alta d’Europa, che ci condurrà al col de l’Iseran (m. 2.770 s. m.). Sono annientato da uno spettacolo immenso ed incantevole. Sotto di noi vaga un oceano di nuvole, attraverso le quali, a tratti, si scorgono strade sottili come un capello, paesi piccoli come punti, e i ghiacciai della valli dell’Arc e dell’Isère… Verso oriente, le Alpi italiani sono illuminate dal sole e fanno immaginare un paese dal clima più mite, mentre, verso occidente, le Alpi francesi sono ancora avvolte dall’ombra ed hanno un aspetto più severo, più impressionante, più gelido… Sono visioni dantesche, così bene raffigurate in alcuni disegni di Gustave Doré. Varcato il col de l’Iseran, la strada ridiscende, offrendo panorami spettacolari… Di quando in quando, scorgo piccoli agglomerati di baite, costruite quasi completamente in legno… Ad un tratto, l’autocolonna si arresta. Ci comunicano che un camion che ci precedeva  è  precipitato  in  un  burrone.  Dopo  una  decina di minuti, riprendiamo la corsa. Ora la strada scende a zig zag verso il fondo valle. Qui giunti, udiamo scoppi di bombe, probabilmente dovuti all’artiglieria tedesca.

La strada sta avvicinandosi alle linee francesi. Molti pezzi d’artiglieria sono mimetizzati da reti, tese sopra i singoli cannoni e cosparse di rami e di foglie. Oltre alle artiglierie, vediamo gli accampamenti animati da un brulichìo di soldati. Scorgiamo il Piccolo San Bernardo (a 2188 m. s.m.), dominato dalla massa imponente del monte Bianco. Incontriamo truppe di vari reparti francesi che salgono e scendono disordinatamente i pendii, e gruppi di ufficiali che scrutano l’orizzonte con i binocoli. L’autocolonna è costretta a procedere a passo d’uomo…

Truppe di colore, senegalesi e marocchine, semiassiderate, passano accanto ai nostri camion. Alcuni soldati si trascinano verso i bivacchi, altri, sporchi di sangue, portano in mano macabri trofei costituiti da brandelli di carne umana. Un sergente francese ci ha detto che quelle “prede” sono nasi e orecchie tagliati a soldati tedeschi, uccisi durante l’assalto notturno. Secondo la stessa fonte, le truppe di colore vengono impiegate dal Comando francese durante le tenebre per eliminare, all’arma bianca, gli artiglieri germanici, i quali dispongono ancora delle due linee fortificate delle Alpi (quella francese e quella italiana) e da queste bombardano la strada e le posizioni alleate, causando sanguinose perdite…

Ed eccoci giunti a Bourg Saint Maurice, ove veniamo accolti in un ospedaletto da un ufficiale medico dell’Armée française. Mi trascino a fatica in un corridoio dell’ospedale e m’imbatto in alcuni partigiani italiani feriti che attendono di essere trasportati verso l’interno della Francia. Tra di essi, Paolo (Antonio Giolitti), commissario politico della mia Divisione, il quale, sorpreso dai tedeschi in val di Lanzo, è riuscito a sfuggire alla cattura grazie alla presenza di spirito di Francone. Questi ha fatto salire sulla sua moto Paolo e si è messo a correre all’impazzata; malgrado sia stato raggiunto ripetutamente dal fuoco nemico, è riuscito a portare in salvo il suo commissario. Pare che Francone debba sottoporsi all’amputazione di entrambi gli arti inferiori, sopra il ginocchio. Ho trovato Giolitti sdraiato su una barella, semi svenuto. Ha riportato la frattura ad una gamba e dovrà essere operato al più presto. Si dice che qui, in Francia, la chirurgia ossea abbia raggiunto un livello notevolmente superiore a quello degli altri paesi. Spero bene per Giolitti. Mi avvicino a lui. Mi riconosce e mi rivolge un tenue sorriso. Gli auguro una pronta e completa guarigione, formulando per Francone tutti i miei voti. Lo saluto e mi avvio alla visita di controllo.

Il medico militare francese che ci esamina è un chirurgo di Tolone. Si mostra piuttosto diffidente nei confronti dei profughi italiani. Quando viene il mio turno, il medico mi chiede le generalità, la zona di provenienza e a che formazione partigiana appartengo. Saputo che sono genovese, mi dice, in francese: – I genovesi mi sono particolarmente simpatici: sono dei liguri come me… prima della guerra, ho fatto molti viaggi a Genova e in Liguria e mi sono trovato sempre bene, come se fossi a casa mia –. Mi offre alcune sigarette, un pezzo di pane e mi fa preparare una bevanda di tiglio. Secondo lui, i meridionali d’Italia guastano la reputazione del Popolo italiano, mentre i Liguri sono stimati dovunque.

Verso le 20, dopo aver nuovamente salutato Antonio Giolitti, sempre semi svenuto, vengo scelto, tra la confusione generale dei feriti e degli ammalati, ed avviato, insieme ad un gruppo di 19 profughi e partigiani, ad una autocolonna militare che parte immediatamente alla volta di Albertville. Durante il viaggio, nell’interno della nostra camionetta s’è diffuso un intenso odore di benzina che fa venire mal di testa, a tutti. All’ospedale militare ci accolgono molto bene: ci fanno prendere un bagno caldo e poi ci rifocillano con una minestra, del pane, della marmellata e un po’ d’acquavite. Tra i medici, noto il Direttore dell’Ospedale che assomiglia vagamente a don Agostino Gaggero, curato della chiesa di san Martino d’Albaro e poi parroco della chiesa di Sturla. (Cito le rassomiglianze per potermi ricordare, dopo tanti anni, qualche lineamento di quei volti).

 

[1]              Prima della partenza, il soldato bianco U.S.A. mi ha regalato un pezzo di cioccolato, un pacchetto di sigarette con fiammiferi e mi ha fatto bere un sorso di acquavite.